Le Crete Senesi, la tirannia degli orizzonti

Tutti credono di conoscere le Crete, la terra dei grandi panorami, delle strade sinuose trai cipressi, del grano verde e ondeggiante nei campi, dei poggi brulli e cinerei tanto evocati con l’aggettivo più usato per descriverne la suggestiva, graffiante bellezza: lunari. Come un'isola: dirompente, senza compromessi, dove il sole picchia davvero, il vento soffia senza ostacoli, la luce è accecante e lo sguardo può spaziare impietosamente ovunque, inseguendo orizzonti lontani, linee mirabili, guasti imperdonabili. Sono una chiazza che biancheggia quando tutto è verde e verdeggia quando tutto è grigio. Una terra morbida alle apparenze, quasi vellutata, ma screpolata, spaccata, ruvida nella realtà. E spesso ferita. Hanno mantenuto la patina nodosa della campagna antica, scabra e gentile, brusca e cortese, spigolosa e ospitale.  Milioni di anni fa quei poggi furono un ondulato, animato, placido fondale marino; le "grete", per la gente comune, sono terreni difficili, “ignoranti”.

Luoghi di quelli che turbano, lasciano il segno. Mario Luzzi le fotografò così; “La terra senza dolcezza d’alberi, la terra arida che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto e incresta in lontananza sperdute torri, sperdute rocche; è un luogo posseduto dal senso, una plaga diversa che lascia transitare i pensieri però non li trattiene, non opera come ricordo, ma come ansia”

Tratto da terredisiena.it

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