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Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 09 Agosto 2016 Visite: 1191

Oggi hanno finito di stendere la TERRA in Piazza….
terra005E’ un antico rituale che si ripete, dal 1698, qualche giorno prima del PALIO; come allora il tufo si stende ancora a mano, e come in antico la terra è in Piazza...sono circa 400 i metri cubi di tufo utilizzati…ed è subito PALIO….
La storia della Terra in Piazza mi ha sempre affascinato, avevo letto anni fa qualcosa su un libro ma non riuscivo a ritrovare dove, poi oggi finalmente ho trovato questo bellissimo post che riporto integralmente (cfr.http://lavocedellapiazza.yuku.com/topic/3375#.VY1eexPtmko):

palio di siena alessiabruchifotografia 91

Oggi hanno finito di stendere la TERRA in Piazza. Come sempre, ho subito fatto il giro dell'Anello. Quante volte ho pestato questo Tufo, tante da perdere il conto. E mentre pesticchiavo la pista, mi è tornato alla mente un vecchio racconto...

Sono corso a casa, ho frugato nel mio Archivio e Vi riporto , in questo Forumme, questo racconto scritto da Giorgio Sacchidove si parla di questo Tufo. Un racconto molto poetico, scritto da un Senese.

" UN ANTICO TESTIMONE DEL PALIO DI SIENA: PIAZZA DEL CAMPO TRA TUFO E CIELO " 

Tufo: roccia di origine vulcanica formato in seguito a cementazione di cenere lapilli e sabbia proiettati dai vulcani durante la fase di esplosione, di colore variabile, dal grigio al rossastro; variabile pure la sua resistenza allo schiacciamento, comunque leggera e friabile.

In Piazza il senese, in tempo di Palio, va apposta per calpestarlo. Vi sarà capitato di assistere al momento della sua stesura; è quasi un rito pagano da rispettare, nel rispetto di un tufo da rassodare od ammorbidire, secondo la stagione, e che dovrà resistente all' acqua, al passaggio di milioni di piedi, e, cosa più importante, sostenere cinque giorni di zoccoli di cavallo.

Possiamo immaginare, isolandoci completamente da quello che ci sta intorno….tra Tufo e Cielo…. e sarà senz’altro quello che vede il fantino catapultato per aria da uno sbalzo improvviso del cavallo ; e lo stesso cavallo forse sentirà la sua dimensione, tra Cielo e Tufo.
CAVALLO BNE poi, ci piace pensare che… almeno un granello di questo tufo , che ogni Palio vien portato in Piazza dai magazzini , e reintegrato anno per anno dalla cave , sia stato in Piazza fin dal primo Palio corso.
Un granello di tufo che abbia visto la prima giostra e sia testimone di carriere tumultuose e drammatiche, che abbia in sé, come se fosse una nicchia di mare, il suono di milioni di voci festanti, o pianti e urla di dolore e grida dei vincitori, intriso di sudore e di sangue.
Una particella di tufo indistruttibile, che per il calcolo delle probabilità, nei secoli, sia stato lì a farsi calpestare da Simone Martini, da un ghibellino, da un guelfo, da un bufalo o da migliaia di cavalli, da un Medici o da un Re, sotto un cielo immutabile dal quale sembra calare quella meravigliosa Torre...
Schermata 1...e come Silvio Gigli era solito concludere la sua radiocronaca del Palio:

” in tripudio di bandiere e colori Siena trionfa come sempre immortale”

 (photo credits www.paliodisiena.photography/ e http://www.ilpalio.org/)

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 08 Agosto 2016 Visite: 1341
In questi giorni in una rara giornata di libertà siamo andati al mare a Talamone con Luca e mi sono sorpresa, guardando i “cittini” che giocavano sulla spiaggia di quanto tutto sia cambiato da quando eravamo piccoli noi ma anche i nostri figli nati negli anni '80.

Vi ricordate le giornate passate a giocare a biglie….e il costume che si riempiva di sabbia quando il babbo ci trascinava per le gambe per fare la pista?

Oppure costruire i castelli di sabbia con le guglie, giocare a tris o a indovinare i nomi disegnando con un bastoncino sulla sabbia umida, e i più temerari (Luca in primis) fare il vulcano….

A Siena per fortuna tutto questo non è successo e camminando per le strade della città potrai vedere ancora i bambini che giocano al Palio con i barberi.

Si chiamano "barberi", come i cavalli del Palio, le biglie dipinte con i colori delle Contrade. Il Palio dei barberi si corre in piste tracciate sulla sabbia, sull'erba, o su piste di legno a tre giri, nelle quali i barberi corrono per caduta. Alla fine la pista si restringe e un incavo a forma di cucchiaio riceve un solo barbero che è il vincitore. 

Dal 1950 sono anche utilizzati nel marchingegno meccanico che determina sul palco dei giudici l'ordine della mossa del Palio. 

Possono essere di legno, creta o plastica. I più rari, ormai oggetto di collezionismo, sono in legno ricoperto da listelline di carta colorata incollate individualmente.

Luciano Scali nel suo libro “Come ci si divertiva noi vecchi quando s’era piccini” racconta come all’Oratorio del Sacro Cuore in via del Sole, i ragazzi si disponevamo tutti attorno a un tavolo con i mazzetti di carta colorata acquistati alla cartoleria della “sora Stella”, oppure “all’appalto” di Gano Salvatori, armati di forbici e di colla fatta con acqua e farina, per rivestire i barberi. Era un lavoro difficile poiché bisognava ritagliare tanti spicchi di carta di vari colori e poi incollarli sul barbero il cui diametro non arrivava a due centimetri.  I più facili erano quelli che avevano il fondo unito come: Nicchio, Torre, Aquila, mentre per gli altri occorreva disporre gli spicchi alternati.

Quando la superficie della sfera era completata, occorreva ritagliare una fascetta che non facesse vedere le giunte fra gli spicchi della semisfera superiore con quelli inferiore e mettere poi due piccoli dischetti ai poli della sfera per nascondere qualche magagna ai vertici degli spicchi.

Un lavoro da certosini e di una difficoltà estrema dove le dita appiccicaticce si attaccavano agli spicchi incollati con tanta fatica tirandoli via dal barbero e facendo ripetere l’operazione un’infinità di volte.

Alla fine il lavoro non risultava poi tanto male, magari un po’ impiastricciato di farina, ma nel complesso da renderci orgogliosi lo stesso.”

In un mondo dove anche i giochi antichi e semplici scompaiono,  ancora una volta ti rendi conto di quanto siamo fortunati a vivere a Siena, una città dove la tradizione è sempre viva e non morirà mai.

Mi chiedo: la nostra è solo nostalgia...o effettivamente i giochi di una volta, che richiedevano un pò di manualità, si sono persi strada facendo? 

 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 06 Agosto 2016 Visite: 1026

La cucina senese, pur non discostandosi molto da quella di Firenze e delle altre zone vicine, si caratterizza decisamente - soprattutto quella più povera - per la ricerca di sapori naturali e l'aggiunta di profumi particolari di certe erbe altrove dimenticate e arrivate a Siena in maniera leggendaria, tanto da meritarle l’appellativo di “città aromatica”

Nata come colonia militare romana, Siena ebbe il vanto di insegnare agli stessi romani molti modi di cucinare.

Pare infatti che i senesi, molto attenti all'arte della cucina, l’avessero imparata dagli Etruschi che sappiamo esperti cuochi e inventori della pastasciutta; infatti in un affresco della Tomba dei Leopardi a Tarquinia è rappresentato un servitore che porge ai commensali un piatto dorato di…pici.

E’ noto che il periodo d'oro per la città di Siena fu il XIII secolo; essa divenne importante per la grande espansione commerciale e per l'attività dei suoi banchieri (ricordiamo i Piccolomini, i Salimbeni, i Buonsignori e i Tolomei) presenti in numerosi centri italiani e francesi. 

In questi anni fiorisce anche l'arte culinaria all'insegna dei sapori e della semplicità, la cui tradizione è viva anche ai giorni nostri.

Le carni sono cotte al fuoco su legna di quercia e di scopo; dalle Fiandre arrivano le spezie, il pepe innanzi tutto; le erbe aromatiche dominano incontrastate: dall'alloro al rosmarino, alla nepitella, al timo, al basilico e al dragoncello che da erba medicinale entra nelle cucine….

Questa pianta aromatica, poco diffusa, si trova prevalentemente a Siena e in Francia. 

Originaria della Russia meridionale e della Siberia, il dragoncello venne conosciuto e apprezzato dagli Arabi e si diffuse in Occidente in seguito alle Crociate.

Stando alla leggenda fu addirittura Carlo Magno a introdurlo in Toscana affidandolo agli speziali dell’Abbazia di S. Antimo, in quel di Montalcino.

Ampiamente usato in medicina per scopi curativi è solo verso il XVI secolo che entra anche nella gastronomia.

Ecco l’antica ricetta del pesto al dragoncello, perché non lo provate per condire la pasta o gli gnocchi di patate?

Ingredienti: 2 rametti di dragoncello, 1 spicchio d’aglio, 50 g di pinoli, 50 g di pecorino di Pienza grattugiato, 5 cl di olio extravergine d’oliva.

Riunite nel mortaio le foglie di dragoncello, lo spicchio d’aglio, i pinoli e il pecorino grattugiato; lavorate il tutto fino a ottenere una poltiglia, aggiungendo poi olio a filo, lentamente, come se si trattasse di far montare una maionese. Il sale non c’è ma non è una dimenticanza perché il dragoncello  con il suo sapore pungente, a metà tra sale e pepe, è un fantastico sostituto del sale (va bene per chi deve tenere a bada la pressione alta) e quindi va dosato nel piatto con attenzione. A questo punto lessate la pasta in acqua salata, scolatela al dente e condite con il pesto regolando la consistenza d’insieme con una piccola aggiunta d’acqua di cottura. Servite accompagnando con scaglie di pecorino di Pienza stagionato almeno 4 mesi. 

Ma ritornando alle proprietà medicinali della nostra piantina, non è del tutto chiaro perché il dragoncello sia chiamato così, vale a dire “piccolo drago” o “erba dragona”. Secondo alcuni l'etimologia sarebbe legata alla forma della radici che ricordano un po’ un groviglio di serpenti. Secondo altri invece il nome dragoncello deriva dalla capacità della pianta di guarire dai morsi di serpenti velenosi.

E quindi tenetelo sempre in borsa:

il dragoncello è il giusto rimedio contro mal di gola, mal di denti, indigestione e soprattutto...MORSI DI DRAGHI

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 07 Agosto 2016 Visite: 844

Altro che siti meteo su Internet e previsioni in TV, sapete come si prevede il tempo a Siena?
Guardando le banderuole segnavento sulla sommità dei merli del Palazzo Pubblico!
“Quando la lupa segue il pesce il senese con l’ombrello esce”.
Ecco l’immagine di una giornata  di sole; nelle giornate da ombrello lupa e pesce sono perfettamente allineati ma in senso opposto

Molte delle credenze popolari sul tempo sono poco più che superstizioni, ma altre, basate sui ritmi della natura e più precisamente sull’osservazione della direzione dei venti come in questo caso, possono fornire indicazioni anche precise sul cambiamento del tempo.

Ma cosa ci fanno una lupa e un pesce sui merli guelfi del Palazzo Pubblico a Siena?

Il pesce è certamente uno dei più antichi simboli della Cristianità, il suo utilizzo venne poi diffuso ampiamente da San Bernardino da Siena che nel XIVsecolo lo propose alla venerazione come iconografia sacra circondandolo da raggi solari così come raffigurato al centro della facciata del Palazzo Pubblico.

La Lupa è il simbolo di Siena in ricordodelle origini della sua fondazione che una leggenda medievale fa risalire ai discendenti di Remo. Dopo che Romolo, fondatore e primo re di Roma, ebbe ucciso suo fratello Remo, stabilì di uccidere anche i due figli di questo, Senio e Aschio, al fine di togliere di mezzo dei possibili pretendenti al trono. Il dio Apollo fornì ai due giovani due cavalli, uno bianco ed un nero, sui quali essi fuggirono nottetempo, portando con loro una lupa marmorea rubata a Romolo.  Per questo non dovete stupirvi se, girovagando per i vicoli di Siena troverete immagini della Lupa che allatta i gemelli che tanto ricorda il simbolo di Roma, città eterna.

Ricordatevi quindi la prossima volta che andate in Piazza del Campo di cercare la Lupa e il Pesce.

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 19 Aprile 2016 Visite: 1119

Non so voi, ma in questi giorni ho una voglia smodata di carciofi, quasi a livello di.... voglie da gravidanza.
Fortunatamente ieri sera la nostra bella carciofaia me ne ha regalati due, "di guida" (il primo carciofo che nasce al centro della pianta e che guida appunto la crescita degli altri) e ce li siamo mangiati con Luca in pinzimonio...una favola.
E visto che il prossimo fine settimana a Chiusure c'è la Festa del Carciofo ...è ufficiale: saccheggerò il mercato, non ci sono storie (Carlo preparati, sto arrivando...tienimi da parte le delizie del Podere Giuncarelli)

Nell'attesa (uffa!) mi consolo con i versi di Pablo Neruda.

Solo un grandissimo poeta poteva dedicare un poema a questo straordinario ortaggio...

La alcachofa de tierno corazón

se vistió de guerrero,

erecta, construyó una pequeña cúpula,

se mantuvo impermeable

bajo sus escamas,

a su lado los vegetales locos

se encresparon,

se hicieron zarcillos,

espadañas, bulbos conmovedores,

en el subsuelo durmió la zanahoria

de bigotes rojos,

la viña resecó los sarmientos

por donde sube el vino,

la col se dedicó a probarse faldas,

el orégano a perfumar el mundo,

y la dulce alcachofa allí en el huerto,

vestida de guerrero,

bruñida como una granada,

orgullosa,

y un día una con otra

en grandes cestos de mimbre,

caminó por el mercado

a realizar su sueño:

la milicia.

En hileras nunca fue tan marcial

como en la feria,

los hombres entre las legumbres

con sus camisas blancas

eran mariscales de las alcachofas,

las filas apretadas,

las voces de comando,

y la detonación

de una caja que cae,

pero entonces

viene María con su cesto,

escoge una alcachofa,

no le teme,

la examina, la observa

contra la luz como si fuera un huevo,

la compra,

la confunde en su bolsa

con un par de zapatos,

con un repollo

y una botella de vinagre hasta

que entrando a la cocina

la sumerge en la olla.

Así termina en paz esta carrera

del vegetal armado

que se llama alcachofa,

luego escama por escama

desvestimos la delicia

y comemos la pacífica pasta

de su corazón verde.

Il carciofo dal tenero cuore

si vestì da guerriero,

ispida edificò una piccola cupola,

si mantenne all’asciutto

sotto le sue squame,

vicino al lui i vegetali impazziti

si arricciarono,

divennero viticci,

infiorescenze commoventi rizomi;

sotterranea dormì la carota

dai baffi rossi,

la vigna inaridì i suoi rami

dai quali sale il vino,

la verza si mise a provar gonne,

l’origano a profumare il mondo,

e il dolce carciofo lì nell’orto

vestito da guerriero,

brunito come bomba a mano,

orgoglioso,

e un bel giorno, a ranghi serrati,

in grandi canestri di vimini,

marciò verso il mercato

a realizzare il suo sogno:

la milizia.

Nei filari mai fu così marziale

come al mercato,

gli uomini in mezzo ai legumi

coi bianchi spolverini

erano i generali dei carciofi,

file compatte,

voci di comando

e la detonazione

di una cassetta che cade,

ma allora

arriva Maria col suo paniere,

sceglie un carciofo,

non lo teme,

lo esamina, l’osserva

contro luce come se fosse un uovo,

lo compra,

lo confonde nella sua borsa

con un paio di scarpe,

con un cavolo

e una bottiglia di aceto finché,

entrando in cucina,

lo tuffa nella pentola.

Così finisce in pace la carriera

del vegetale armato

che si chiama carciofo,

poi squama per squama

spogliamo la delizia

e mangiamo la pacifica pasta

del suo cuore verde.

Ogni territorio italiano (siamo sempre nel paese delle torri e dei campanili) rivendica la sua sagra del carciofo e di avere l'ortaggio migliore del mondo.....a Napoli gli hanno persino dedicato una fontana.
Oggi vi racconterò del nostro Carciofo di Chiusure; riconosciuto come PAT - Prodotto Agroalimentare Tradizionale della Toscana - si contraddistingue per la sua forma affusolata e il colore moro con venature color vinaccia: una pianta particolarmente compatta e robusta ma, al contempo, estremamente tenera a livello delle sue foglie e con un sapore molto particolare: se non lo avete mai mangiato dovete assolutamente provare.
Di questo tipico prodotto ne parlavano già alcune cronache del 1600 e per anni ha rappresentato una vera risorsa per il territorio e ancora oggi esistono alcune piantagioni di Carciofo di Chiusure, condotte secondo l'antico metodo rurale e manuale. Utilizzato principalmente per il consumo alimentare trovava impiego anche nella pastorizia per cardare la lana delle pecore e per trasformare il latte in caglio grazie alle sue proprietà chimiche. In un passato non molto lontano veniva coltivato in grandi quantità, ma attualmente la produzione è molto limitata, appena sufficiente per il consumo locale.
A determinare in modo deciso le qualità organolettiche del Carciofo di Chiusure sono sostanzialmente due fattori, la composizione del terreno di coltura e il microclima che, per la particolare conformazione morfologica delle Crete, presenta un basso tasso di umidità.

Per festeggiare il Violetto di Toscana, il Castello di Chiusure si anima a fine aprile con una caratteristica fiera e il carciofo Morello recita una parte insostituibile in tante preparazioni gastronomiche, dai crostini di carciofo e pecorino, alla frittata, dall'involtino con il lardo alla zuppa, per chiudere in un inarrestabile crescendo, con il risotto ai carciofi e un succulento fritto misto di pollo, coniglio e, ovviamente, carciofi.


Quindi nel vostro viaggio in Toscana dovete per forza prevedere una tappa a Chiusure... in qualsiasi stagione dell'anno, per scoprire la magia delle Crete Senesi...verrete rapiti da un paesaggio unico, un territorio che per forme e colori, colpisce tanto gli occhi quanto l'anima, che cambia con il mutare delle stagioni e con lui i colori che lo ravvivano.
Un tempo qui c'era il mare e lo testimoniano i tanti reperti fossili che ancora emergono dal terreno al passaggio del vomere o per quel processo di erosione che sembra non arrestarsi mai.
Depositi di argilla e sedimenti che si sono formati sotto le acque e che, al loro ritiro, sono emersi andando a creare un paesaggio quasi lunare, ma intensamente affascinante.
L'azione dei venti ha scolpito questo paesaggio collinare, quasi modellato, creando i "calanchi", profonde insenature e le "biancane" , piccole alture tondeggianti che, grazie alla presenza del solfato di sodio e l'azione su di esso dei raggi solari, assumono una caratteristica ed unica variabilità cromatica in cui il grigio dell'argilla si alterna con il giallo del solfato e in cui il verde di un cipresso o di un campo di grano rivelano la vitalità di un territorio apparentemente immobile, ma profondamente vivo, essenziale, armonico. (cfr. nicolanatili.it)
In questo paesaggio mozzafiato, adagiato su una collina c'è il piccolo borgo di Chiusure....centoquindici abitanti impegnati a tenere in vita la produzione del vegetal armado que se llama alcachofa.

 

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