Articoli

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 08 Marzo 2016 Visite: 3282

Io credo nel rosa.
Io credo che ridere sia
il modo migliore per bruciare calorie.
Io credo nei baci, molti baci.
Io credo nel diventare forte
quando tutto sembra andare storto.
Io credo che le ragazze felici
siano le ragazze più belle.
Io credo che domani sarà un altro giorno,
ed io credo nei miracoli.     

                                  Audrey Hepburn

Il fiocco rosa appeso alla porta di casa, la coperta nel passeggino, il vestito della bambola, il fiocco sul grembiule nero della scuola, le più recenti, odiose "quote rosa".... la lista delle immagini a cui siamo abituati associare questo colore è lunga, ma qual è la storia del rosa?
Il rosa è ottenuto miscelando il rosso e il bianco ma le sue anime sono molteplici: dal rosa chiaro, al rosa profondo, rosa antico, rosa shocking, rosa salmone, rosa bubblegum, rosa Barbie, rosa Chanel, rosa cipria, rosa peau d'ange, fino al rosa cammeo.

Pochi lo sanno, ma una volta il rosa era un colore senza sesso, considerato anzi una tinta "forte", in quanto ottenuta sbiadendo il colore più forte di tutti, il rosso, (colore forte e virile legato a eroi e combattimenti) e come tale era una colore prettamente maschile....Alle donne era riservato il blu, perché associato al velo della Vergine Maria, rappresentata in sculture e dipinti; i bambini erano vestiti invece con abiti di colore bianco.
È stato nell'Ottocento, man mano che gli uomini adottavano abiti scuri e sobri, disfacendosi dei fronzoli dei secoli precedenti, che i colori pastello sono diventati appannaggio delle donne. Non ci sono fonti certe che stabiliscono una data effettiva in cui il rosa entrò a far parte del guardaroba femminile, ma alla fine del 1940, le donne si affermarono nella società e, per incoraggiare il loro ruolo più attivo nel mondo, si pensa che abbiano adottato questo colore.
Come tutti i colori ha un effetto incredibile sulle persone, sull'umore, la percezione e anche sulle scelte. È programmato dentro noi stessi e possiamo fare poco per controllarlo. Il nostro cervello primordiale è la parte di noi programmata per sopravvivere. È ciò che ci fa reagire istintivamente. Gli esseri umani si sono sviluppati nel corso di milioni di anni e i colori rappresentano una buona parte delle nostre percezioni.
E così ... "Nel rosa" è una frase che significa sentirsi e agire bene e il "colore rosa "rappresenta la compassione, l'amore oltre alla tenerezza, l'autostima, l'accettazione e la premura.
Secondo la terapia dei colori le persone esposte al colore rosa sonno meno stressate, meno violente e aggressive. In effetti nel 1978, Alexander Schauss, direttore dell'Istituto americano per la ricerca bio-sociale di Tacoma, scoprì che guardando un 18 x 24 pollici di carta stampata con questo colore, la frequenza cardiaca era in riduzione, provocando così un immediato senso di benessere e rilassamento.
Il chakra del rosa è la zona del cuore e gli individui equilibrati hanno un chakra rosa forte.
I fiori rosa esprimono gioia, innocenza e giovinezza. I garofano rosa sono simbolo di gratitudine. Donare rose rosa è un gesto d'ammirazione. Le composizioni di fiori rosa rappresentano la gioia e la felicità.
Chi crede nelle proprietà dei cristalli crede che le gemme rosa aiutino le persone a rilassarsi. Il quarzo rosa ha proprietà calmanti, riduce la negatività e promuove l'appagamento, mentre indossare uno zaffiro rosa aiuta a ridurre il disaccordo.
Percepito come metafora di fatti, emozioni, sensazioni, convenzioni sempre estremamente positive, il colore rosa spazia attraverso tempi e culture, diventando espressione dell'arte e del costume.

E allora....
                      Io credo nel rosa....e voi ? ? ?

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 14 Febbraio 2016 Visite: 2491

"Anima gemella", "mezza mela", "dolce metà"... vuoi vedere che Aristofane aveva ragione?
Tra i vari discorsi sull' amore che si susseguono nel "Simposio" di Platone, tra una coppa di vino e l'altra, Aristofane dà la sua opinione sull'amore narrando un mito...
"Un tempo gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v'era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà , trovando la quale torna all'antica perfezione..."
Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella di oggi, ma molto differente. Allora c'erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i fianchi formavano un insieme molto arrotondato.
Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell'unica testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come potete immaginare. Si muovevano camminando in posizione eretta, come noi, nel senso che volevano. E quando si mettevano a correre, facevano un po' come gli acrobati che gettano in aria le gambe e fan le capriole: avendo otto arti su cui far leva, avanzavano rapidamente facendo la ruota.
Il maschio aveva la sua origine dal Sole, la femmina dalla Terra e il genere che aveva i caratteri d'entrambi dalla Luna, visto che la Luna ha i caratteri sia del Sole che della Terra. Per questo finivano con l'essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso, sì da tentare di dare la scalata al cielo per imporsi agli dei. Così Zeus decise di tagliarli in due parti per indebolirli.
Dopo che la natura umana fu divisa in due parti, ogni metà per desiderio dell'altra tentava di entrare in congiunzione e cingendosi con le braccia e stringendosi l'un l'altra, se ne morivano di fame e di torpore per non volere fare nulla l'una separatamente dall'altra.
"E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d'amore gli uni per gli altri, per riformare l'unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: (...) Dunque ciascuno di noi è una frazione dell'essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un'altra che le è complementare, perché quell'unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. E' per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare" con la quale formare "un tutto"...e il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore.

Ma ci sono persone che fanno una fatica immensa ad amare. Non sanno da dove iniziare e se si imbattono in qualcosa di grande, difficilmente lo sanno gestire. Quando te li trovi di fronte, non illuderti mai di poterli cambiare. Con te conosceranno il senso più profondo dell'amore, ma non saranno mai abbastanza coraggiosi da restare.
Ma tu non ti arrendere mai perchè...
"L'amore è, esiste, e niente di quello che dite può farlo sparire, perché è il motivo per cui noi siamo qui, è la vetta più alta, e una volta che l'hai scalata e guardi gli altri da lassù ci rimani per sempre, perché se ti muovi allora... cadi, cadi." 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 30 Gennaio 2016 Visite: 2078

Racconta la leggenda che un tempo i merli erano tutti bianchi: così comincia la leggenda della Merla che, nelle sue varie versioni, segna uno dei dì d'la marca, dei giorni di marca che indicavano l'andamento climatico a seconda di come si presentava il cielo quel giorno; questo dato era estremamente significativo per le culture agricole che dovevano, con queste previsioni, determinare i momenti giusti per semine, raccolti, conservazioni e via dicendo.

...Ai tempi in cui Gennaio aveva 28 giorni ed i merli erano bianchi, una Merla coi suoi piccoli veniva continuamente strapazzata dal freddo che il mese sadicamente le mandava addosso ogni volta che lei tentava di uscire dal nido per procacciarsi del cibo. Stanca di questo trattamento un inverno la Merla fece sufficienti provviste per giungere alla fine del mese. Proprio in quell'ultimo giorno, pensando di aver ingannato il gelo l'uccello uscì baldanzoso dal nido cantando:
    "Più non ti curo Domine,
     che uscito son dal verno!".
Gennaio si risentì talmente tanto, permaloso com'era, che si allungò prendendo in prestito tre giorni a Febbraio e sferzò gelo e neve come mai aveva fatto, tanto che la Merla ed i suoi piccoli per salvarsi dovettero rifugiarsi in un caldo comignolo. Quando dopo quei tre giorni ne uscirono i merli erano neri di fuliggine, ma per la gratitudine di essere salvi rimasero neri per ogni generazione futura.

E così per ricordare la famigliola di merli bianchi divenuti neri, gli ultimi tre giorni del mese di gennaio sono detti "i tre giorni della merla"
I giorni della merla sono, secondo la tradizione, gli ultimi tre giorni di gennaio: il 29, il 30 e il 31 (benché per alcuni siano il 30 e 31 gennaio e il 1° febbraio).
Sono considerati i giorni più freddi dell'inverno, ma nell'eventualità che non fossero proprio freddi indicherebbero in quest'occasione che la Primavera arriverà tardi.
Oggi della fiaba del Merlo o della Merla non rimane che il ricordo e un proverbio che perde di significato a meno che non decidiamo di guardar fuori dalle nostre finestre e scoprire se la Merla canta, se la giornata è scura o se fuori Gennaio si sta scatendando con bufere di neve, vento, gelo, pioggia. 

Di sicuro rimane che, il beffardo Gennaio, a tutt'oggi, non ha ancora restituito quei tre giorni!

 

... e veggendo la caccia,

letizia presi a tutte altre dispari,

tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,

gridando a Dio: "Ormai più non ti temo!"

come fé il merlo per poca bonaccia...

                                             Dante, Purgatorio, XIII, 119 - 123

 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 05 Febbraio 2016 Visite: 4458

Ieri un mio amico ha postato su FB un quadro bellissimo di Pieter Bruegel , "La battaglia tra Quaresima e Carnevale"... Cito il suo commento: "un eccellente rappresentazione dell'eterno incontro/scontro tra il sacro ed il profano, tra il magro e la carne, tra la penitenza e il peccato... L'ho visto a Vienna rimanendo ammirato, ma anche molto divertito, e credo che questi siano i sentimenti che Bruegel abbia voluto suscitare un po' in tutte le sue opere... (...e, non dobbiamo dimenticare che è un pittore del '500 ! ! ! )"Immediatamente, guardando i particolari del quadro, la mia mente è tornata all'infanzia, a quando il giorno delle Ceneri si festeggiava ancora in Piazza alle Serre....la morte del Carnevale.
Una rievocazione paradossale del carnevale, che si situa a metà tra sacro e profano. Al vuoto del sacro che accompagna il periodo carnevalesco tra epifania e quaresima, la tradizione popolare lega i festeggiamenti alla prosperità della terra che si prepara ad uscire dal letargo invernale. Un gesto simbolico, l'uccisione del Carnevale, che segna il passaggio dal buio invernale alla luce primaverile.
Ma è curioso capire come il carnevale andava a morte e quali erano gli attori di questa farsa di processione che seguiva più le note di una rappresentazione teatrale pubblica e popolare .
Apriva il curioso corteo una compagnia, che con vistose gobbe, stracci logori e volti sporchi accompagnava lungo le vie del paese il Carnevale (personaggio spiritoso e burlone impersonificato da un serrigiano impomatato e infarinato a dovere perché apparisse più "cadaverico") adagiato su un carretto tirato dai 4 rappresentanti della Compagnia dei Gobbi. Seguivano uomini e donne rozzamente mascherati, bambini che portavano piccole croci impagliate; e, accompagnati da un gran fracasso di pentole, copertoie e pentole, tutti cantavano:

"E' morto il poro Beo chi lo sotterrerà! La compagnia de' Gobbi farà la carità"

Seguivano il carro (sostituito in epoca più moderna dal trattore con il rimorchio o da un camioncino) dei loschi figuranti che vestivano i panni del dottore, il gaudente, la quaresima, il chierichetto, il frate ed il notaio. Arrivati in Piazza Centrale, il Carnevale si sentiva male e agonizzante cadeva a terra. Accorreva subito il dottore che cercava disperatamente di rianimare il poro Beo colpito da un malore. Mentre il gaudente si disperava animatamente per la disgrazia caduta sul Carnevale, arrivava la Quaresima (figurante vestito di bianco e che la tradizione vorrebbe su dei trampoli) che lo rimproverava severamente con in mano un baccalà, aglio e cipolla che ricordavano il digiuno prepasquale. Mentre il chierichetto ed il frate si apprestavano alla marcia funebre, il disgraziato(carnevale) veniva adagiato su una bara (ma a volte era già nella bara durante la processione); a questo punto nei paesi vicini alle Serre, a Rapolano e ad Asciano per esempio, arrivava il notaio con in mano il testamento del Carnevale, un ironico testo ispirato ai fatti rilevanti dell'anno trascorso in cui si prendevano in giro i personaggi più noti del paese.
Terminata la pubblica lettura, dopo aver cantato il solito ritornello, si contava: "Uno, due" e al tre si appiccicava il fuoco al grande fantoccio ottenuto rivestendo di paglia una croce di legno che veniva lanciato verso l'alto. Consumato il rogo, direttamente sulla brace, utilizzando una padella nera con il manico lunghissimo, si cuocevano i migliaccioli, fatti con l'olio e la farina raccolti precedentemente dai "padroni" in paese e in campagna.
La serata terminava tra le danze coreutiche dei Gobbi e di una folla in estasi che salutava il periodo di burla e apriva così le porte alla primavera.
Mi chiedo: un'altra tradizione destinata all'eterno oblio, alla definitiva scomparsa dalla memoria collettiva? Per fortuna, grazie alla buona volontà di qualcuno, la festa sopravvive ancora in un borgo sperduto della nostra Montagna Magica, per tramandare ai nostri figli , ormai distratti da "quotidiani eventi straordinari" un pezzo della nostra seppur "leggera e povera" "civiltà contadina" perché....

"E' finito il Carnevale

è finito il brio

è finito il ben che ti volevo io"

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 01 Gennaio 2016 Visite: 3396

Se la musica è nutrimento dell'amore, suonate ancora e datemene in abbondanza.

(W.Shakespeare - La Dodicesima notte)

Sono passati dodici giorni dalla celebrazione del Natale, è la notte tra il 5 e il 6 Gennaio e da sempre è una notte di grande festa...la festa della Dodicesima Notte....
Già dai tempi antichissimi la festività era indicata con il termine di Epifania, derivato dal greco ἐπιφάνεια, epifaneia, che ha il significato di manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina. Conosciamo tutti il significato che la religione cristiana ha dato alla festività dell'Epifania, ma forse non tutti sappiamo che dietro la presunta storpiatura che ha trasformato il termine Epifania in "Befana", c'è una serie di tradizioni antiche che sono riuscite, faticosamente, a sfidare i millenni ed a giungere fino a noi.
La sua origine si perde nella notte dei tempi, discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, nel mondo agricolo e pastorale, si fonde con elementi folcloristici e cristiani. Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura. In questa notte Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l'anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova.
Per questo in molti luoghi si ripete ogni anno l'antica usanza dell'accensione del ceppo, grosso tronco che dovrà bruciare per dodici notti. E' una tradizione risalente a forme di culto pagano di origine nordica: essa sopravvive l'antico rito del fuoco del solstizio d'inverno, con il quale si invocavano la luce e il calore del sole, e si propiziava la fertilità dei campi. E non è un caso se il carbone che rimane dopo la lenta combustione, che verrà utilizzato l'anno successivo per accendere il nuovo fuoco, è proprio tra i doni che la Befana distribuisce (trasformato chissà perché in un simbolo punitivo).I giorni tra Natale e la Befana segnano un momento molto delicato e critico per il calendario popolare, che viene subito dopo la semina; è un periodo, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipende la sopravvivenza nel nuovo anno.
In quelle dodici notti il popolo contadino credeva di vedere volare sopra i campi appena seminati Diana con un gruppo più o meno numeroso di donne, per rendere appunto fertili le campagne.Nell'antica Roma Diana era non solo la dea della luna, ma anche la dea della fertilità e nelle credenze popolari del Medioevo Diana, nonostante la cristianizzazione, continuava ad essere venerata come tale. All'inizio Diana e queste figure femminili non avevano nulla di maligno, ma la Chiesa cristiana le condannò in quanto pagane e per rendere più credibile e più temuta questa condanna le dichiarò figlie di Satana!
Nasce anche da qui la tradizione diffusa in tutta Europa che il tempo tra Natale ed Epifania sia da ritenersi propizio alle streghe ... e da tutto questo complesso stregonesco, ecco che finalmente prende il volo una strega di buon cuore: la Befana che, volando a cavallo della scopa nella dodicesima notte, lascia ai bambini dolci o carbone.
In Italia la storia delle Befana si intrecciata naturalmente a quella dei Re Magi; si racconta che, nel loro cammino verso Betlemme, i tre Re Persiani si persero. Così videro in lontananza il fumo di un camino, si diressero in quella direzione e trovarono una casetta. Bussarono alla porta e andò loro incontro una dolce vecchiettina che indicò loro la strada. Una volta partiti, però, si rese conto di aver sbagliato nel dar loro l'indicazione, così uscì di casa per raggiungerli. Fece molte miglia e, man mano che camminava, bussava alle porte delle case che incontrava sul suo cammino per chiedere l'informazione e, a ogni bambino che trovava, lasciava delle caramelle e dei dolci. La Befana non ritrovò più i Re Magi, ma rimase la tradizione che la vede recar doni ai bambini proprio intorno al 5/6 gennaio, nello stesso periodo in cui i Magi bussarono alla sua porta.
Ai tempi dei nostri nonni nelle case si attendeva la Befana attaccando al caminetto una calza di lana lavorata a mano dalle madri o dalle nonne. I nostri nonni credevano molto alla Befana; le scrivevano una lettera dove esprimevano i loro desideri che per la maggior parte, non potevano essere esauditi perche' c'era una grande povertà. Quando i doni della Befana arrivavano, tutti i bambini erano molto contenti perché era l'unica festa dove ricevevano dei dolci.
Ma anche quando eravamo piccoli noi, nelle calze si trovavano poche cose: qualche mandarino, delle caramelle, dello zucchero d'orzo fatto in casa, delle castagne, delle noci, dei lupini e della marmellata d'arance; bisognava che i bambini fossero buoni almeno due mesi prima la festa, altrimenti ricevevano del carbone (quello vero ! ! !), della cenere, delle cipolle, dell'aglio...e siccome l'aglio e la cipolla non mancavano mai....che rabbia ? ! ?

Prenota adesso

Simple Booking Syncro Box ™ - Vertical Box Kids Age

Ospiti camera #2
Ospiti camera #3
Ospiti camera #4
Protected by Verisgn Informazioni protette con certificato SSL 128 bit

Offerte... solo per te

Un regalo speciale...
Non regalate il solito profumo o cravatta!
Leggi tutto...

Chi trova un amico...trova un tesoro
In vacanza con gli AMICI (sconto "10+5")
Leggi tutto...

Fuga romantica ? ? ?
...trovate il tempo per le emozioni ! ! !
Leggi tutto...

Le offerte non sono cumulabili e sono modificabili in base alla disponibilità dell'Hotel.

curiosita