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Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 01 Gennaio 2016 Visite: 2172

A due passi dal Polo Nord, come nelle fiabe più belle, c'è un angolo di mondo che è il regno sognato da tutti i bambini. Qui vive (e "lavora" intensamente) il vecchio vestito di rosso.... Babbo Natale, Santa Claus, Papá Noel, Babadimri, Sinterklaas, Papai Noel, Père Noël, Svatý Mikuláš, San Nicola, Weihnachtsmann, Άγιος Βασίλης, San Basilio...ma il suo vero nome finlandese è Joulupukki.
E allora partiamo per il nostro Viaggio verso il Circolo Polare Artico, la linea magica che fa il giro del mondo alla scoperta di ...Babbo Natale, Rudolph, gli elfi e le lunghe ombre del Nord

Oh, sì, sono anni che ce l'ho qui, nel cuore, questo viaggio a casa di Babbo Natale....66° 32′ 35" Nord – 25° 50′ 51" Est....

                                 

  

Joulupukki 

Joulupukin Paaposti  

Suomi-96930

 

            Napapiiri 

 

Perché io adoro il Natale. Adoro Babbo Natale, adoro le renne e adoro Rudolph, adoro gli elfi, adoro tutto quello che vedo di natalizio, anche le cose più kitsch. Basta che sia Natale. Tanto che in casa mia, mi porto dietro alcuni oggetti prettamente natalizi di anno in anno. Stanno sempre lì, tanto, prima o poi, "il Natale...torna". Ma sin da bambina avevo un tarlo: Rovaniemi, Rovaniemi, Rovaniemi. E allora non potendoci ancora andare di persona vi racconto il viaggio di un pinguino che ha sbagliato polo e che "un bel giorno, ha ricevuto tra le zampette un biglietto per passare 4 giorni, a dicembre, proprio lì, a casa di Babbo Natale... un viaggio meraviglioso, un viaggio da fare certamente con i bimbi, ma che consiglio anche agli adulti che hanno conservato la favola, la poesia del Natale. Vedere Joulupukki, gli elfi, le renne, con la luce del Nord, sotto la neve, in quei silenzi, è indescrivibile.
Un'emozione che auguro a tutti quanti voi. Non è un viaggio, è un sogno.
Quando sei in viaggio per il Circolo Polare e prosegui ancora verso Nord, così lontano dalla civiltà troverai un posto che tutti conoscono ma solo pochi hanno visitato, si tratta di Korvatunturi, la montagna dell'orecchio, la dimora più sacra e segreta di Papá Noel. Korvatunturi è davvero un luogo multiforme, è un rifugio nel silenzio e nella quiete; certo movimento e attività non mancano, qui si prepara il Natale, si costruiscono e si impacchettano i regali. L'oscurità dell'inverno è un attimo azzurro, la luce del giorno è breve e il suo colore è proprio un morbido azzurro ma sotto il sole i panorami innevati risplendono e gli alberi sono come opere d'arte. E' qualcosa che non si può spiegare, bisogna venire qua per comprendere tutta la sua bellezza...

Arrivarci significa davvero entrare in una fiaba: ero senza fiato, con il cuore che batteva forte perché il paesino di Babbo era là davanti ai miei occhi. Casette di legno, luci dappertutto, renne, elfi, pupazzi di neve, un enorme albero di Natale ricoperto di luci, e una grande casa di pietra con il tetto a punta su cui è disegnato il faccione di Babbo con l'insegna "Santa Claus Office". Ricordo ancora tutto: mi siedo su una panca, un elfo mi chiama, ed eccolo, il mio Babbo, seduto su una sedia di velluto rosso con vicino la scrivania e un grande camino. Mamma, quanto mi sarebbe piaciuto toccargli la barba, abbracciarmelo, dirgli che passo l'anno ad aspettare il Natale. Ma mi vergognavo tanto, come quando ero bimba. Sigh, così solo qualche chiacchiera, e poi la foto. E la sottoscritta con un sorriso ENORME e gli occhietti luccicanti! 

No, non era realtà, ero dentro alla mia favola natalizia..." (liberamente tratto da ilpinguinoviaggiatore.it)

Ma la favola natalizia del pinguino è anche la nostra e se anche voi, come me, non potete partire per la Finlandia, poco male....

OH OH OH quest'anno Joulupukki ha deciso di lasciare la Lapponia e di stabilirsi a Montepulciano in uno splendido castello in mezzo alle colline toscane...e per festeggiare il suo arrivo ci sara' un grande mercatino!! 

Portate la vostra letterina e ricordatevi sempre che...

 

Il mondo è nelle mani di coloro

che hanno il coraggio di sognare

e di correre il rischio di vivere i propri sogni

                                                                                   

 P.Coelho

 

 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 10 Dicembre 2015 Visite: 2691

vetrina-croccanteE' il 13 dicembre, il giorno più corto dell'anno che rappresenta l'ingresso nella stagione invernale...ma a Siena è un giorno speciale che profuma di anice e zucchero filato....
Come ogni anno, già di buon mattino Pian de' Mantellini si riempie di bancarelle ricolme di zucchero a velo, torrone, croccante...sentite il profumo ? ? ?
Così l'atmosfera di Natale invade Siena un'intera giornata immersi nei profumi, negli aromi, nei colori e nella magica atmosfera delle bancarelle con prodotti di artigianato senese, luci e addobbi natalizi, frutta secca, giocattoli, articoli in ceramica, vetro, legno e terracotta, fiori essiccati e artigianali, e antiquariato di ogni genere. Tanta è la gente che si reca al mercatino e poi alla chiesa per la benedizione degli occhi. Per tutto il giorno, infatti, si benedicono bambini ed adulti e si distribuiscono i panini benedetti, i famosi "semellini di Santa Lucia".
brigidini-lamporecchio-1Altre sfiziosità tipiche di questo mercatino sono i famosi brigidini, cialde fine fine e croccanti, dolci e con aroma di anice che vengono prodotte "in diretta" nei vari banchi e vendute ancora calde e il castagnaccio. Particolarmente buono quello preparato dentro a un portone che si affaccia su Pian de' Mantellini, proprio di fronte all'imbocco di via San Marco, dove le donne della Chiocciola da anni organizzano un "banchino" dove distribuiscono castagnaccio e polenta. La festa di Santa Lucia è bella di primo mattino quando c'è ancora poca gente ma ancora più bella ed intima è alla sera quando si illumina di mille luci e ha i colori caldi del Natale.cinghiale-polenta-santa-lucia-festa-siena-dolceforte-ricetta-025Ma a caratterizzare il mercatino senese c'è un oggetto unico: le tradizionali "campanine" di Santa LuciaSono campane artigianali fatte di terracotta, di tutte le misure, più grandi e più piccine, dipinte con i colori delle diciassette Contrade e così il Palio con i suoi simboli vive anche in pieno inverno. La Fiera prende origine dal mercato delle ceramiche che veniva allestito il 13 dicembre dalle fornaci della zona nelle strade davanti alla chiesa di Pian de' Mantellini intitolata alla martire protettrice della vista, Santa Lucia appunto, tradizionalmente affollata di fedeli per ricevere la benedizione degli occhi. Anche Santa Caterina le era devota e operò un miracolo a ricordo della Santa siciliana: fece suonare tutte le campane di Siena per ridestare la venerazione verso la martire. In ricordo di quell'evento da centinaia di anni a Siena vengono fatte delle campanine in terracotta con i colori delle contrade , appunto ognuna con la sua chiesa e campanina , e vengono regalate ai "cittini" (così si chiamano i bambini a Siena), perchè i demoni dell'inverno stiano ben lontani da loro...

piazza-campanine

Din ,don, dan, per chi suona la campana?

Il suono delle campane ha scandito per secoli i ritmi della vita quotidiana di ogni comunità. Così si potevano ascoltare i rintocchi dell'alba alla nascita del sole (mattutino), del mezzogiorno (per segnalare la sospensione dei lavori agricoli per mangiare), del vespro all'imbrunire.
A Siena le campane segnano ancora gli eventi più significativi e ancora regolavano la vita comune "in tempo di pace e di guerra" (naturalmente in termini Palieschi).
È un richiamo collettivo quello del suono della campana, soprattutto un simbolo di appartenenza, d'amore e di passione visto che a una campana ideale viene affidato il destino di due cuori innamorati....

Sona sona campanina, che per me non soni mai
Questa sera sonerai, sonerai soltanto per me
E din don, din don...

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 14 Novembre 2015 Visite: 2460

Era il 1309 quando, per la prima volta nella storia, le leggi che regolavano la vita pubblica vennero rese comprensibili anche a chi non conosceva il latino.....

Questo è il nostro modo per raccontarvi Siena con l'orgoglio di essere eredi di quella Repubblica che ai primi del '300 scrisse una delle pagine più belle della storia della civiltà europea. Perché a Siena il medioevo non fu mai periodo buio ma splendore ancora vivo di tutta la città.

Ne è testimonianza, la rubrica che ordina "di fare scrivere, a l'expese del Comune di Siena, uno statuto del Comune, di nuovo in volgare di lettera grossa, bene leggibile et bene formata, in buone carte pecorine [...] el quale statuto sia et stare debia legato ne la Biccherna, acciocché le povare persone et altre persone che non sanno grammatica, et li altri, e' quali vorranno, possano esso vedere et copia inde trarre et avere a loro volontà" (D. I, rub. 134): così vede la luce il Costituto.
La copia sarebbe stata esposta al pubblico e doveva quindi essere scritta in chiare e leggibili lettere, e doveva essere "legata", cioè fissato ad una catena di ferro che ne impedisse il furto e la manomissione.
Nasceva così una sorta di "Costituzione" ante litteram che per la prima volta veniva scritta in una lingua accessibile ad un pubblico ampio, nell'intento che ogni cittadino sentisse ancor più sua la "cosa pubblica".
Il Costituto senese è il primo testo ufficiale per l'epoca scritto in volgare, nella lingua "dove il sì suona" (così la definì Dante) e questo ha meritato a Siena l'appellativo di "Città del sì".
Lingua del siRappresenta un atto di democrazia senza precedenti che sottolinea come il bene comune passa da un insieme di norme che regolano diritti e doveri di ogni individuo e che racconta la modernità di una città che visse il suo massimo splendore proprio nel medioevo quando per dimensioni e popolazione era una delle 10 metropoli più grandi d'Europa, ed era all'avanguardia in molti campi, come in quello artistico (basti pensare che fu la città che vide nascere le scuole pittoriche di Duccio di Buoninsegna, di Simone Martini, dei fratelli Lorenzetti), in quello culturale (è senese una delle più antiche università italiane), in quello economico (il medioevo a Siena fu segnato da una classe di moderni mercanti-banchieri). Accanto ai monumentali edifici gotici che ancora oggi raccontano il volto medioevale di Siena, il Costituto Senese diventa esso stesso monumento e modello. Un modello che di lì a poco verrà preso ad esempio da altre municipalità e che ancora oggi offre agli studiosi numerose tematiche di approfondimento e ricerca.
Chi governa, si legge nel Costituto del 1309, deve avere a cuore "massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini" .
BuongovernoE proprio usando il linguaggio della bellezza tra il 1337 e il 1339 Ambrogio Lorenzetti traduce in immagini il Costituto senese, lasciandoci una suggestiva interpretazione del tema del bene comune. Sulle pareti della Sala dei Nove (che all'epoca governavano la città), Lorenzetti ha rappresentato la grande alternativa posta di fronte ad ogni convivenza umana, l'opposizione drammatica tra la ricerca del bene proprio – origine di ogni violenza - e la tensione al bene comune, che mentre realizza una convivenza armonica, salva l'io, conservandone le dimensioni proprie, non riconducibili ad un piccolo possesso, sproporzionato al suo animo. L'effetto è un mondo più bello, una città e una campagna – come sono ancora quelle senesi, proprio per questa eredità – sulle quali si è stampata l'armonia di un'epoca.donneBG2

 

COR MAGIS TIBI SENA PANDIT (Ancor più – della porta – Siena ti apre il suo cuore)
così vi accoglierà Siena arrivando da Nord....benvenuti nelle città della grande bellezza.

Cor-magis

Ogni epoca agogna un mondo più bello, scriveva il grande storico Huizinga. Nella Sala dei Nove la Repubblica Senese ha dipinto il suo ideale di vita comune. Giudicare un'epoca è giudicare il suo ideale, magari mille volte tradito: un uomo, un popolo non è ciò che riesce a realizzare - in questo entrano in scena fattori non determinabili dalla volontà -, ma ciò che desidera, ciò che costituisce il movente di ogni pensiero e di ogni azione.
E il re disse: "Ora prendi la mia spada, tu che hai fatto divampare il fuoco, perchè questo è il modo dei Cristiani, la tempra del guerriero come del prete: lanciare i propri cuori oltre le certezze per guadagnare quello che il cuore desidera." G.K. Chesterton – La Ballata del Cavallo Bianco 

donne-soldati

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 15 Novembre 2015 Visite: 2557

Il Campo...centro e cuore della città, luogo che rivoluziona l'idea stessa della piazza italiana medievale, rifiutando, spazialmente, l'imposizione di una planimetria convenzionale e, concettualmente, qualsiasi commistione fra potere pubblico e potere religioso.
Nata su un terreno fragile e fangoso, punto di incontro dei tre colli su cui sorge Siena, in origine la "piazza" era un grande prato, da qui il nome "campo", su cui convergevano le piccole vie dell'antica città, e per secoli rappresentò un grosso problema urbano per Siena.
Fu proprio in epoca romana che il luogo venne bonificato completamente, restando però un spazio periferico dedicato a fiere e mercati. Il nucleo della città in formazione si trovava più in alto, nella zona di Castelvecchio, finchè caduto il governo dei Ventiquattro, esempio di dispotismo aristocratico, nasce l'idea di uno spazio indipendente sia dal potere ecclesiastico che da quello nobiliare. E' questo il grande progetto civico che porta alla costruzione del Palazzo Pubblico e, conseguentemente, alla centralità urbana della Piazza.
Ma il Campo è oggi soprattutto un meraviglioso "luogo del cuore" dove è possibile ritrovare una storia, degli affetti, il sogno di una città che è, allo stesso tempo, soggetto e oggetto di "mille serenate" tra pietra e cielo...

E mentre Siena dorme tutto tace,
e la luna illumina la torre
Senti nel buio, sola nella pace,
sommessa Fontegaia che canta 
una canzon d'amore e di passion...

Nella Piazza del Campo
Ci nasce la verbena
Viva la nostra Siena
Nella Piazza del Campo
Ci nasce la verbena
Viva la nostra Siena
La più bella delle città!

Sembra che nella Piazza non ancora lastricata, nascesse davvero la verbena negli angoli meno frequentati. Secondo Giovanni Righi Parenti, vi era piantata appositamente, insieme al dragoncello, alla ruta e alla cedrina, "cioè tutte le piante antimalocchio che allora si conoscevano, perché Siena fosse protetta dalle streghe".
Ma perché una piantina di per sè assai poco attraente, è diventata la protagonista del canto dell'orgoglio senese?
A dispetto della sua parvenza dimessa, per i greci e i latini la Verbena Officinalis era una pianta importantissima e la chiamavano addirittura 'erba sacra', oppure 'sangue di Mercurio' o 'lacrime di Iside', e ancora 'lacrime di Giunone' o 'erba di Ercole'. (cfr. articolo di P. Ghiara su Sienafree.it)
E' una pianta perenne, e già questo doveva suggerire agli antichi una idea di tenacia e di resistenza. Poi la fioritura, ininterrotta tra i due equinozi di primavera ed autunno (cioè da marzo a settembre) quando il sole è dominante in cielo, non poteva non portare la nostra verbena sugli altari, come omaggio alle divinità nei riti propiziatori dei raccolti, che tanto dipendevano dal 'dio' sole; per questo era anche una delle 'erbe sacre' del solstizio d'estate, come l'iperico, poi cristianizzate in 'erbe di San Giovanni'.
Ai tempi dei tempi gli antichi Romani con i rami di verbena fioriti intrecciavano corone che venivano indossate, appunto, dal verbenarius, uno dei sacerdoti del collegio deifetiales, incaricati di dichiarare lo stato di guerra o di pace con i popoli confinanti. Quindi la nostra modesta erbuccia diventava addirittura un 'sagmen', cioè un simbolo sacro, strumento di garanzia dell'inviolabilità dei patti di pace o delle dichiarazioni di guerra. Ed è con una corona di rami di verbena in testa che il capo del fetiales, il pater patratus, scagliava la prima lancia contro il territorio nemico, o celebrava sacrifici di ringraziamento alla fine delle ostilità.
Anche nel Medioevo la verbena rimase un comune rimedio pluripotente, tanto da meritarsi il soprannome di 'gioia dello speziale' e la sua fama di panacea è arrivata fino ai giorni nostri, sebbene oramai non sia più popolare come nel passato.

Ecco qua tutto, o quasi, quello che c'era da sapere sulla 'mitica' Verbena... che fa rima con Siena.
Insomma che ci sia stata davvero nel passato, la verbena, in Piazza forse non lo sapremo mai.
La cosa interessante è però rendersi conto che la cultura popolare ha associato alla nostra Piazza (la più bella del mondo) una specie vegetale che oltre ad avere numerose proprietà medicamentose, è stata anche un simbolo sacro dell'antichità, con un ruolo emblematico e ben preciso sui campi di battaglia e vale la pena di riflettere proprio sul fatto che in effetti...

....nel nostro Campo, di 'battaglie' ce ne sono... almeno due all'anno... da secoli ! ! ! 

 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 02 Novembre 2015 Visite: 1865

Avete mai assaggiato...un fulmine di Giove ? ? ?

Venite in Terre di Siena a scoprire l’oro bianco delle Crete Senesi al Museo del Tartufo di San Giovanni d’Asso; sarà un’esperienza sensoriale indimenticabile, provare a cogliere ...l'utopia dei sensi...

Il fascino del tartufo è nel suo mistero. Nel primo secolo d.C., grazie al filosofo greco Plutarco di Cheronea, si tramandò l’idea che il prezioso fungo nascesse dalla sublimazione afrodisiaca di acqua, calore e fulmini. Da qui trassero ispirazione vari poeti; uno di questi, Giovenale, spiegò l’origine del prezioso fungo come frutto di un fulmine scagliato da Giove in prossimità di una quercia (albero ritenuto sacro al padre degli Dèi). E poiché Zeus era anche famoso per la sua prodigiosa attività sessuale, al tartufo da sempre si sono attribuite qualità afrodisiache…..

È figlio della terra e del buio. Lontano da tutto ciò che vive e si ciba di sole. Non ha rami, né foglie, né tronco. Cresce nell’oscurità del terreno, aggrappato alla vita grazie alle radici degli alberi e …aspetta l’acqua. E per ubbidire alla prima regola del mondo dei viventi, quella di conservare e propagare la specie, ha solo un’arma: il suo profumo. Un richiamo che seduce. Irresistibile. Qualcosa di ancestrale che si propaga nel terreno, affiora in superficie e imprigiona l’olfatto. Poi la gioia arriva in tavola.

La lunga e affascinante storia del tartufo è quindi mescolata, in modo inevitabile, ad un altro profumo: quello del mito. Gli uomini che sopravvissero al diluvio, che i Greci chiamavano “ombrikoi”, già conoscevano il meraviglioso frutto della terra. Gli antichi Umbri chiamavano “tartùfro” quel “sasso profumato”. E ne introdussero l’uso e la conoscenza in tutta la penisola. Dedicato a Venere per le note proprietà, nel Medioevo il tartufo nero venne equiparato agli alimenti magici e peccaminosi; era considerato “sterco del diavolo” e cibo delle streghe, poiché si credeva crescesse nelle vicinanze di nidi di serpenti, tane di animali velenosi e carne putrefatta ... comunque sia, al di là di ogni leggenda, averlo in tavola simboleggiava potenza, ricchezza e nobiltà.

La missione dei tartufi è da secoli la stessa: regalare attimi di vera felicità. Effimera come un prodotto che vive poco, si decompone in fretta e svanisce presto, insieme al suo profumo. In pieno Romanticismo mercanti e studiosi, al pari dei poeti, lottavano per prolungare quella passeggera estasi della gola. E così dalla tavola, il tartufo ha profumato nei secoli le pagine della letteratura. L’araba fenice, il "Sancta sanctorum” della gastronomia internazionale del resto è sempre stata associata alla creatività. Il grande poeta inglese George Byron (1788-1824) teneva un tartufo sulla scrivania, convinto che il profumo ridestasse di continuo la sua fantasia letteraria.

…l’aroma del tartufo, “l’effluvio fatto di terra e cibo insieme che proprio tra questi boschi ha origine e alimento” de La luna e i falò di Cesare Pavese…i cavatori, che come scrive Cesare Marchi "assomigliano stranamente al tartufo: profilo sbilenco, pelle ruvida, color della terra”. Il giornalista veneto li descrive così, concentrati, come i loro cani, intenti a scavare, perché il tartufo come scrive Guido Piovene “giace nascosto come ogni tesoro che si rispetti, nei visceri della terra”

...è un essere misterioso, che rende misteriosi anche gli uomini nell’andarne a caccia

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