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Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 01 Novembre 2015 Visite: 2034

Ancora oggi, l’antico rito si celebra all’alba: un uomo, un cane, il silenzio del bosco.

Cercare tartufi è come andare a caccia delle proprie radici: misteriose e profonde. All’apparenza sconosciute.

Ma che sono invece familiari, come le piante con le quali i meravigliosi funghi tuberosi vivono in simbiosi: la quercia, il leccio, il rovere, il tiglio, il pioppo...

Scovare questa meraviglia della terra rimane un’arte segreta, spesso tramandata da padre in figlio: i tartufi bianchi possono crescere quasi sempre negli stessi luoghi, nella medesima posizione, accanto alla stessa pianta. Addirittura la stessa settimana o lo stesso giorno dell’anno precedente.

Straordinario film in “bianco e nero”, cotto o a crudo che sia, ancora oggi il tartufo è un arcano della gastronomia. Ma vale la pena inseguire un mistero.
 Lo sanno bene i cercatori di tartufi, capaci di dissimulare quella strana eccitazione che cresce in loro prima di partire. I cani, al contrario, “sentono” che il momento è arrivato. E lo annunciano festosi, con scodinzolamenti e guaiti di gioia. L’emozione della ricerca si vive in due: l’uomo e l’animale, insieme, concentrati nella ricerca di quel “sasso che profuma”.

Un’esplorazione solitaria, che raramente si condivide con altri tartufari, seguendo itinerari gelosamente conservati nella memoria: tra i boschi si cammina piano, inseguendo con passi leggeri sentieri, 

    sguardi d’intesa e pensieri

        che si mescolano di continuo

            ...il cane...il padrone

I cani sono cauti, attenti e concentrati: annusano il terreno, tornano sui loro passi, girano ancora. Poi si bloccano. Raspano. Scavano veloci. Eccitati, sanno aspettare il padrone che con la zappetta scava il terreno ed estrae il prezioso tartufo. Per l’animale una agognata carezza e la ricompensa concreta di un boccone di pane duro tirato fuori da una bisaccia. 

Quel misterioso ed oscuro frutto della terra, poi, a tavola, diventa uno scintillante oggetto del desiderio, un cibo che manda in estasi…. utopia dei sensi, il tartufo bianco è essenzialmente profumo, e solo dopo anche gusto. 

Vi è mai capitato di assaggiare il tartufo e di non saperne definire esattamente il sapore? Perché? Esiste un quinto gusto, l’umami, scoperto nel 1908 in Giappone dal chimico Ikeda e che nel 1985 è stato riconosciuto come gusto autonomo, incarnato a pieno dal tartufo e dai funghi. Essi rappresentano la pura essenza dell’umami: gusto intenso, profumo avvolgente, sapore quasi…. magico…

lo conosci ma non sai definirlo

lo percepisci ma non riesci ad assaporarlo

lo avvicini ma non ne cogli...l’anima

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 30 Ottobre 2015 Visite: 2091

Oggi parleremo di...viaggi straordinari lungo... strade di ferro dimenticate...

"Ma una ferrovia non muore mai. Può scomparire per un certo tempo, schernita per la sua lentezza o per la sua presunta scomodità. Può restare nella memoria di pochi a ricordare tempi in cui le auto non la facevano ancora da padrone, quando la gente abitava ancora le campagne e apprezzava la sbuffante macchina a vapore come segno di un progresso ancora positivo senza i controproducenti effetti della nostra moderna civiltà. Talvolta la traccia di una vecchia ferrovia può dileguarsi e la vegetazione ricoprire i suoi impianti. Ma resta sempre qualche indizio, qualche segnale". (cfr. Albano Marcarini sentieridautore.it)

E così veniamo alla nostra bella addormentata....la linea Asciano-Monte Antico.

La decisione di realizzare una ferrovia tra Siena e Grosseto venne presa nel 1859, poco prima dell'unificazione d'Italia. A quel tempo Grosseto era un villaggio di appena 4000 abitanti, che si spopolava durante l'estate quando la popolazione si trasferiva sulle colline per sfuggire alla malaria che a quel tempo infestava la zona. La linea, realizzata anche per servire i centri della zona montagnosa dell'Amiata, percorrendo poi le valli dell'Orcia e dell'Asso, venne aperta il 27 Maggio 1872, e restò l'unico collegamento ferroviario tra Siena e Grosseto fino al 1927 quando venne inaugurato il collegamento Siena - Buonconvento - Monte Antico, più diretto e meno tortuoso. Da quel momento ebbe inizio il lento declino della linea Asciano-Monte Antico: relegata sempre più al ruolo di ferrovia secondaria, con traffico sempre più in caduta libera, la linea finisce nel corposo elenco redatto dall'allora ministro dei trasporti Claudio Signorile, con l'appellativo di ramo secco. Data per dispersa fra le pagine dell'Orario Ufficiale, finita fra le moribonde per i dirigenti aziendali, infine chiusa al traffico nel 1994 oggi essa rivive grazie ai volontari della FVO - Ferrovia Val D'orcia, come ferrovia turistica denominata Trenonatura, adibita al trasporto non più di merci e carbone, ma di ciclisti, camminatori, canoisti, naturalisti,etc etc.

Siete alla ricerca di emozioni straordinarie??? 

Lasciate a casa l'orologio e non preoccupatevi di ritardi, guasti e soppressioni improvvise. Dimenticate la calca in carrozza, il caldo, il freddo, il rumore e tutti i piccoli drammi quotidiani di chi, sulle rotaie, è abituato a trascorre gran parte della propria vita, e di certo non la parte migliore.

Ed ecco che il treno, il Treno Natura, non sarà più un semplice mezzo di trasporto, ma.... una macchina del tempo. E' questa l'impressione che resterà nella mente di chi avrà la possibilità di compiervi almeno un viaggio.

Salirete a bordo di una carrozza centoporte, trainata da una littorina d'epoca o magari da una 640, una di quelle fumiganti caffettiere sulle quali i nostri padri e i nostri nonni viaggiavano, accompagnati da un sottofondo fatto di fischi, cigolii e soffiare di stantuffi e partirete per un viaggio nel cuore delle Terre di Siena.
Vi immergerete nei paesaggi toscani più caratteristici non solo attraverso la cornice del finestrino dello scompartimento, ma vivendo pienamente la cultura, la gastronomia e la tradizione della nostra terra; potrete scendere in romantiche stazioni per avventurarvi lungo sentieri misteriosi, raggiungere antiche pievi, borghi e castelli, soffermarvi per una degustazione in una fattoria, cogliere l'occasione per partecipare a sagre e feste paesane...
Lungo i "Binari senza tempo" il viaggio diventerà una vacanza a passo lento attraverso l'arte, la cultura e la natura delle nostre terre, e la ferrovia, un museo a cielo aperto dove nostalgia e meraviglia prenderanno il posto dell'abituale fretta di arrivare. Perché se anche in treno, come nella vita, non è importante il traguardo finale ma il percorso fatto per raggiungerlo, il minimo che possiamo fare è...sceglierci di tanto in tanto il panorama giusto.

 Nel viaggio non è importante la meta ma...il cammino (Paulo Coelho)

 

 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 09 Settembre 2015 Visite: 1979

e tra' ne la brigata in che disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fronda,

e l'Abbagliato suo senno proferse…

Dante, ( l'inferno vv.130-132 )

Caccia d'Asciano sta per  Caccianemico di messer Trovato degli Scialenghi e viene citato a proposito dei vani senesi come colui che disperse la vigna e la gran fronda, cioè che sperperò tutti i suoi averi comprese le vigne e i poderi (fonda sta per terreni arati, a differenza delle vigne) che la sua famiglia possedeva nei pressi di Asciano….

santagataEccoci così arrivati nell’ombelico delle Crete Senesi nel giorno della festa: è la seconda domenica di settembre e come ogni anno tra poco si correrà… il palio dei ciuchi.

Le prime notizie del palio dei ciuchi risalgono agli anni '30 alla  fine dei quali assistiamo ad un lungo periodo di inattività a causa del secondo conflitto mondiale.

palio dei ciuchi ascianoLa corsa esisteva già prima della costruzione dello stadio, intorno alla metà degli anni '30, e veniva corsa con il barroccio attaccato senza fantini, partendo da porta del Bianchi attraversando tutto il corso sino a Porta Massini.

L’antica festa traeva le sue radici nell'usanza dei barrocciai che ogni giorno di ritorno dal lavoro alle cave di travertino, lungo la strada per il paese si sfidavano a chi arrivava prima.

Il barroccio; un carretto di legno a due ruote, era un mezzo comunissimo a quel tempo, così come i somari, animali di grande valore nei  lavori di campagna.

La corsa era nata in realtà come una presa in giro del Palio di Siena, il suo spirito iniziale doveva essere di genere comico, i fantini erano i classici personaggi del posto come 'Franchino di masherino' e 'Il Picino'; i partecipanti facevano a gara a vestirsi nei modi più strani, tradizione questa arrivata fino ad oggi con le celebri scenette che si tengono nei giorni prima della corsa.

Le contrade nate alla fine degli anni 70 erano ben 12, negli anni si sono accorpate, fino a raggiunge nel 1982 l'attuale numero di sette.

Ma come tutte le competizioni nessuno ci stà a perdere, infatti col passare degli anni il discorso si è fatto sempre più serio…sono sorte accese rivalità e dispute e le monte sul ciuco sono riservate a fantini con certa esperienza o perlomeno con una buona predisposizione a cavalcare.

tiro alla funeUltimamente alcune contrade hanno montato addirittura fantini professionisti, i quali hanno vinto la competizione anche con somari più brenni.

Quindi vista la differenza che nasceva con gli altri fantini l'associazione IL CAVALIERE STANCO ha inserito una clausola che vieta la monta ai fantini con qualsiasi esperienza di gara ufficiale.

Oggi la monta è riservata esclusivamente ai cittadini ascianesi residenti nel Comune da almeno un anno.

Ricordo ancora quando da bambina andavo a trovare la zia Nelly e lo zio Mario per le “Feste ad Asciano”, che divertimento ! ? ! ? Quante risate alla corsa dei ciuchi con i poveri malcapitati fantini completamente in balia degli animali ! ! !

corsa pertiche

… i festeggiamenti iniziavano la prima domenica con la Feste del Nocino che riprendeva il rito della battitura e raccolta delle noci con la corsa con le pertiche sul prato antistante l'antica chiesa del Giardino a Camparboli. (photo credits cretesenesi.com)

…ma non mancava mai il tiro alla fune, la corsa con i sacchi e l’albero della cuccagna, semplici giochi tramandati dalla nostra civiltà contadina… quanta nostalgia ! ! !

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 11 Settembre 2015 Visite: 1467

Torniamo indietro di quasi mille anni….è il 10 maggio dell’anno del signore 1090 ….

historia

Quel giorno, come si legge nel contratto del notaro Bellundo, Rodolfino del fu Ardimanno e Vinizio del fu Sichelmo pagarono all’abate Rolando due capponi, tre pani e sei ‘denari lucchesi’ di buon argento per l’affitto annuale di una vigna nella valle divina, a Dieulele.

panoramaCosì l'uomo comincio' col fare Dieulele, la valle divina, poi fece Dio Vole, finche' Dievole, in una rara simbiosi, fini' col fare l'uomo.

Già, con la storia si va lontano e si immaginano costumi e parlate di epoche remote, ma la realtà non sempre segue i corsi più facili…

piantare vigna

Ed allora la storia di Dievole si interruppe a metà del secolo scorso, con l’abbandono delle campagne finché un giovane, certo, lui, Mario Felice Schwenn, “Mario di Dievole”, ne diventa il custode.

Il futuro della tenuta è quasi perduto, quindi lo reinventa…ma la regola d’oro è una sola: lasciar la terra meglio di come la si è trovata.

Così aiuta le famiglie contadine native di Dievole a rimettervi le loro radici; insieme i “maestri di vigna” rigenerano novantasei ettari di vigneto, tornando ai vecchi vitigni autoctoni… Malvasia del Chianti, Moscato bianco, Trebbiano toscano, Aleatico, Ancellotta, Barsaglina, Canaiolo Nero, Ciliegiolo, Colorino, Foglia Tonda, Malvasia nera, Mammolo, Montepulciano, Prugnolo gentile, Sangiovese… 15 varietà storiche chiantigiane, 15 filari piantati come raggi di un cerchio nel cui zenith si erge a sentinella…un cipresso. (cfr. www.dievole.it)

terra cielo vite

Perché “…esser contadino da noi non vuol dire soltanto saper vangare, zappare, arare, seminare, potare, mietere, vendemmiare: vuol dire sopra tutto saper mescolare le zolle alle nuvole e far tutt’una cosa del cielo e della terra…”. (cfr. C.Malaparte Maledetti Toscani)

Tramandare il mestiere del proprio padre e tenere alto il suo nome e' ancora oggi un importante onore di famiglia per chi lavora nella valle divina.

Ancora oggi capita, come mille anni fa, di essere chiamati con il nome del proprio padre, come nel 1090… Rodolfo del fu Ardimanno e Vinizio del fu Sichelmo…

E se andate a Dievole non dimenticate di visitare la sala dei maestri di vigna, volti in bianco e nero senza tempo, visi segnati da rughe profonde e sguardi luminosi, così vivi, così fieri, perché , come dice Curzio Malaparte …

“i toscani, guardateli, portano il cielo negli occhi e l’inferno in bocca ….

Ma in nessun luogo, dirò, il cielo è così vicino alla terra come in Toscana: e lo ritrovi nelle foglie, nell'erba, nell'occhio dei bovi e dei bambini, nella fronte liscia delle ragazze.

Uno specchio il cielo toscano, così vicino che lo appanni col fiato…"

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 04 Settembre 2015 Visite: 2631

Avete mai sentito parlare del color singhiozzo di pesce ? ? ?

Il termine entrato in uso per definire un colore improbabile e imprecisato viene da una famosissima battuta che Silvio Gigli fece a un concorrente del programma radiofonico “Botta e Risposta” nel lontano 1944:

«Venga lei, signore, con quella cravatta color singhiozzo di pesce»

botta e rispostae questo ci porta subito a parlare della storia di un minuscolo borgo del senese, San Gusmè dove la graffiante ironia di una certa parte della Toscana, è di casa….

“Nel lontano 1888 un contadino del posto, tale Giovanni Bonechi, per invogliare i passanti a fare i suoi bisogni nel suo pezzetto di terreno, vi pose una statua in pietra da lui scolpita, così da rendere più pulito il resto del paese indicando un unico luogo da usare per i bisogni corporali, in un’epoca dove non esistevano non solo i bagni pubblici ma neanche quelli all’interno delle abitazioni. L’obiettivo era duplice: riutilizzare il refluo come fertilizzante e rendere più pulito il paese.

La statua raffigurava un uomo accovacciato, intento nello svolgere le sue quotidiane funzioni, che copriva le vergogne con il suo cappello.

lucacava3

La gente capì al volo, il luogo ritornò pulito e alla statua venne messo il nome e il cognome di “Luca Cava”.

Dopo tanti anni la cosa ebbe risonanza dapprima nei dintorni e poi in tante terre d’Italia, cosicché durante gli anni ‘30 alcuni “sangusmeini”, stanchi di essere derisi in continuazione, decisero di disfarsi della irriverente immagine; fu così che alcuni paesani strapparono la statua dalla sua collocazione e la gettarono in un vicino laghetto.

Tutto restò invariato per circa quarant’anni, fino a che il regista televisivo e radiofonico senese Silvio Gigli, nato nel capoluogo del comune, Castelnuovo Berardenga, conobbe la storia e se ne innamorò: aveva compreso il vero senso dell’uguaglianza racchiuso nella curiosa e ormai dimenticata leggenda di “Luca Cava”. 

Gigli fece indire addirittura un referendum popolare per chiedere la realizzazione di una nuova statua e, dopo il tribolato consenso degli abitanti, fu dato incarico al Maestro Marcello Neri delle Ceramiche Santa Caterina di Siena che plasmò l’opera in terracotta su disegno del vignettista Emilio Giannelli. (cfr. www.sangusme.it)

Accanto alla nuova statua, una piccola targa a corredo che recita:

LUCA CAVA

“re, imperatore, papa, filosofo, poeta, contadino e operaio: l’uomo nelle sue quotidiane funzioni. Non ridete, pensate a voi stessi”.

(Silvio Gigli)

lucacava1E se ne siete rimasti incuriositi, della irriverente ed ironica storia di LUCAAVA (come si dice in toscano stretto) trovate anche una versione musicata e interpretata dal celebre Riccardo Marasco: 

“Vita, morte e miracoli di Luca Cava”

assolutamente da non perdere…. https://www.youtube.com/watch?v=lM0DY5-_P8w

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