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Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 01 Marzo 2015 Visite: 2285

Ci sono pietre e luoghi che raccontano, più di altri....il desiderio di infinito dell’uomo.

Sant’Antimo è questo e molto di più. E’ una casa di pietra abitata dall’Assoluto.

Anche qui, come a San Galgano, infatti ritroviamo importanti riferimenti alla Geometria Sacra; gli antichi costruttori, che erano anche alchimisti la progettarono con il proposito di supportare i pellegrini e coloro che entravano in questi luoghi nel loro desiderio di riconnettersi e trovare lo spirito tramite un reale cammino che iniziava fuori dal luogo sacro fino a sublimarsi dinanzi all'altare.

Gli spazi tra le colonne rappresentano i sette chakra o livelli dell’essere. Nella pianta ritroviamo il rettangolo, il quadrato e il cerchio che riflettono il processo interiore e il mistero dell’unione del cielo e della terra in noi.

... Al mattino quando il sole gioca con le preziose trasparenze dell’alabastro e con i chiaro-scuri del travertino, sui capitelli e sulle colonne si rincorrono immagini fantastiche simboleggianti il bene ed il male, frutto della fantasia medioevale, o liberamente tratte da testi antichi provenienti anche dall'oriente attribuiti al “maestro di Cabestany” come lo stupendo capitello con le scene di Daniele nella fossa dei leoni.

Chi sia questo Maestro scultore del XII secolo – straordinario – è un mistero ancora oggi. Di lui non si conosce il nome e soltanto l’originalità del suo stile ha permesso agli studiosi di identificare le sue opere. Le troviamo qui a Sant’Antimo come in Catalogna, in Linguadoca e in Navarra, come se anch’egli avesse – otto secoli or sono – seguito i grandi cammini di allora: quelli che conducevano i pellegrini verso Roma o verso Santiago di Compostela.

“Le forme visibili dunque, minerali, vegetali ed animali colte a piene mani dalla natura risentono spesso dell’immaginario e fantastico. 

Ad ogni immagine animale secondo studi condotti da Marius Schneider, musicologo alsaziano, corrisponde una equivalenza armonica, in grado di pietrificare la musica, origine del mondo e delle leggi cosmogoniche che lo governano. Il simbolo scolpito nella pietra è la manifestazione ideologica del ritmo mistico della creazione ed esso è tanto più vero quanto più l'uomo è capace di rispettare tale ritmo.

Nell'Abbazia di Sant'Antimo, le rappresentazioni zoomorfe con la loro corrispondenza sonora che si susseguono lungo le altezze dell'edificio e la sezione aurea legata ai suoni armonici presente nel progetto della chiesa, riunendosi e avvolgendo l'edificio stesso ne amplificano l'effetto di cassa di risonanza armonica. Le decorazioni divengono sequenze sonore, vibratorie che scaturiscono sotto l’aspetto di onde di forma dai progetti geometrici di antichi mastri costruttori. La geometria scolpita su pietra o tracciata su carta riproducendo in astratto figure che alludono alla struttura stessa di cielo e terra, agisce sulla realtà circostante. Energia dell’arte e della creatività quindi in “nozze alchemiche” con la materia della pietra.

Come tra maschile e femminile l’amore funge da catalizzatore, cosi tra energia creativa e materia si inserisce la potente forza del cosmo.

Quando sostiamo in luoghi di forza, come Sant Antimo, ci sblocchiamo dalla nostra radicata localizzazione che ci trattiene nel presente e ci mantiene saldi nel nostro spazio immediato.

Ciò che maggiormente si percepisce, è la sensazione di espansione del nostro corpo fisico contrapposta ad una volontà di raccoglimento in sé.

E’ una forma di danza, spesso anticamente indotta con il ritualistico percorrere dei labirinti posti all’interno delle chiese romaniche e gotiche.” (cfr “L’Abbazia di Sant’Antimo: il suono del Cosmo - C. Cinquemani)

Sant’Antimo. Due parole, ma forse non bastano migliaia di parole per raccontare le sue voci, i suoi odori, le sue luci, i suoi colori, le sue atmosfere. E le nostre emozioni.

È una domenica mattina, chiara di sole, cammino lungo le navate cullata dolcemente dalla melodia dei canti gregoriani, intenso il profumo di lavanda dell’aspersorio e la pietra canta.

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 27 Febbraio 2015 Visite: 1761

Ma come arrivò veramente il dragoncello a Siena?

Ci sono anche altre ipotesi che ci rimandano addirittura ai tempi di Napoleone...il fil rouge con la Francia comunque c'è sempre, invisibile ma indissolubile...

Vi ho già raccontato che stando alla leggenda fu addirittura Carlo Magno a introdurlo in Toscana affidandolo alla cura degli speziali dell’Abbazia di S. Antimo nel 774 , in quel di Montalcino e che da lì si diffuse in tutta Italia.

Ma c'è un’altro delicato racconto che riguarda l'erba dragona.

Si narra che durante l'occupazione napoleonica a Siena, un giovane e bel dragone (così si chiamavano i soldati a cavallo dell'esercito francese) avesse affittato una stanza in un edificio in città...al piano di sotto abitava una ragazza senese che si innamorò perdutamente del bel soldato.

Un giorno il ragazzo scuotendo gli stivali dalla finestra fece cadere dei semi in un vaso che la fanciulla teneva sul davanzale.

E proprio da quei  semi germogliò una profumata piantina; il dragone presto ripartì per il suo paese e la ragazza chiamò quell'erba dragoncello in ricordo del tenero innamoramento.

Voi cosa pensate?

Questa delicata piantina dai forti sapori, arrivata dalla fredda Siberia, fu portata dal nobile sovrano o dal soldato innamorato?

Quale che sia la storia del suo arrivo a Siena...

il dragoncello è sinonimo di passione... è l'aroma forte e unico delle Terre di Siena 

 

 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 22 Febbraio 2015 Visite: 1985

Ieri sono andata nella rimessa a cercare delle vecchie tazze di porcellana che avevo visto qualche tempo fa e rovistando negli scatoloni…ho ritrovato alcuni vecchi quaderni di ricette  e una vecchissima edizione dell’Artusi dell’Annita Torricelli.

Anche se non l’ho conosciuta so, leggendo i suoi quaderni, che seguiva per alcune ricette il libro dell’Artusi e se aveva qualche annotazione alla preparazione o agli ingredienti, lei la scriveva in rosso di sbieco.

Che emozione…sfogliando quelle pagine rivedevo la vecchia cucina economica con i posatini stesi ad asciugare, rivivevo quella vita, piena di calore, di ingredienti, di ricette, ma anche di oggetti, di ritratti, di dettagli. Ho ritrovato anche una vecchia foto dell’Annita con le sue amiche a tavola, guardate che meraviglia!

E’ stato come riaprire la scatola dei ricordi dell’infanzia di Luca,   la vitella in umido, il pollo fritto con le patate fine fine, la premiera in brodo (la pastina con i semi delle carte in brodo, estate e inverno, tutte le sere a cena), i fegatelli nello strutto………le merende e l’amore con cui la nonna cucinava. Proprio così parliamo di cucina dell’anima perché il cibo è amore.

Tutti parliamo d’amore, ma che cos’è veramente l’amore? Questo “qualcosa” di indefinibile e infinito che  tutti vogliamo avere, conservare, possedere…storie che cominciano, altre che finiscono, l’amore tra la madre e i figli, tra un uomo e una donna, tra un uomo e un uomo, tra una donna e una donna, l’amore verso gli animali, il cane e il gatto verso il loro “padrone”, l’amore che può esistere tra un cane e un gatto?

L’amore è cibo! E si dice che le frasi che esprimono l’amore siano proprio: “Hai fame? Hai mangiato? Ti preparo qualcosa?”. 

La mia nonna non era per niente espansiva nelle sue espressioni d’amore, ma quando voleva riscaldare i cuori dei grandi e dei piccoli, la domenica preparava gli gnocchi, le lasagne, le fettuccine e siccome aveva l’abitudine di cucinare per un esercito ci portavamo a casa le pietanze che rimanevano.

Amare, perciò, significa anche prendersi cura degli altri attraverso il cibo, e più amore mettiamo nella nostra cucina e più la pietanza diventa saporita e nutriente.

L’amore è l’ingrediente necessario e primario per condire un solo piatto di pasta che con un filo d’olio diventa una prelibatezza.

Al giorno d’oggi si spadella in continuazione e da tutte le parti, a partire dalla televisione in cui si spadella dalla mattina fino alla sera. Ci propinano ricette di tutti i tipi, modi di cucinare come il crudismo, il vegano, il naturale…ma quando qualsiasi piatto è cucinato con amore, in qualunque modo in cui è stato cucinato può farci solo bene, e diventa un nutrimento per il corpo, la mente, l’anima e lo spirito!

Tenendo in mano i vecchi quaderni dell’Annita, penso a quell’enorme capitale che qualcuno prima di noi ci ha lasciato.

Mi maledico perché io le ricette le cerco su Google e se le invento, non le scrivo mai. Penso a noi, generazione di cinquantenni che ai nostri figli forse lasceremo l’indirizzo del blog e con un po’ di malinconia mi è venuta la voglia di cominciare a scrivere un quaderno di ricette e l'ho comprato...vi piace?

Sotto ai nostalgici allora:

avete un quaderno di vecchie ricette tramandate, ne state scrivendo uno?

 

 

 

 
Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 25 Febbraio 2015 Visite: 3145

"Io ho sognato il sogno di voi. E' stato un sogno dolce...finchè è durato"  

C’è un posto in Val di Merse in provincia di Siena che rievoca leggende di cavalieri e di spade nella roccia. 

Che il mito bretone sia nato qui? A nessuno è dato dirlo ma in una valle isolata tra le colline, si trovano un'antica e grandiosa Abbazia cistercense, ormai sconsacrata e in parte diroccata, e poco più in alto, una piccola cappella di forma circolare al cui interno sporge uno sperone di roccia con incastonata la spada nella roccia di San Galgano. Il richiamo a Re Artù è immediato e fa pensare ad una somiglianza non casuale. Ma andiamo per ordine. Galgano era un giovane cavaliere, nato nel 1147 a pochi chilometri da Siena. La leggenda narra che una notte apparve a Galgano l'Arcangelo Michele che lo guidò, attraverso uno stretto ed impervio sentiero, fino alla collina di Montesiepi. Galgano interpretò questa visione come un segno del volere divino, abbandonò la veste di cavaliere e infisse la sua spada in una roccia, in modo da farne una croce. Quella spada è ancora lì, da più di ottocento anni, come simbolo di una incorruttibile conversione.  C’è quindi la possibilità che il mito della 'spada nella roccia', famoso per essere legato alla saga bretone di Re Artù, sia nato in realtà proprio in Toscana e da qui esportato in Francia? In effetti proprio i cistercensi furono i propagatori più assidui della leggenda arturiana; resta da scoprire se quei monaci abbiano 'imposto' alla Toscana l'eco delle mitiche azioni di Artù, e se quindi il gesto compiuto da Galgano volesse emulare quello arturiano, ripetuto seppur all'inverso, o se, piuttosto, non abbiano essi trasferito in Bretagna un'immagine nata sulle sponde del Tirreno, in piena Toscana. Il mistero per ora rimane, ed in fondo è meglio così; ma resta il fatto che almeno in Europa, che io sappia, esiste una sola spada nella roccia, ed è a circa quaranta chilometri da Siena (tratto da "Slowtuscany" La Toscanaraccontata da Damiano Andreini). 

Ma le sorprese non sono finite, la grande Abbazia ci riserva, con la sua Geometria Sacra, altre misteriose curiosità sia "musicali" che "egizie" e parla ancora di Sacro Graal… 

Cerchiamo di capire meglio facendoci aiutare dallo studioso Alfonso Rubino: “la Geometria Sacra tende a inserire l'uomo in un sistema di ritmi e armonie affini a quelli naturali. Se l'uomo vive e sperimenta correttamente gli stimoli prodotti dall'osservazione dei Simboli Geometrici Sacri potrà sostenere l'armonia con se stesso accordandola con l'armonia della creazione. I monaci cistercensi avevano sviluppato una straordinaria conoscenza sul potere evocatore dei forme simbolo che venivano costruite utilizzando precisi codici geometrici, tenuti rigorosamente segreti. 

Queste conoscenze erano soprattutto usate nell'architettura delle loro Abbazie; infatti la Geometria segreta dell'Abbazia di San Galgano non è una caratteristica unica al mondo ma c’è un'altra chiesa, la Cattedrale di Chartres (scusate se scomodiamo soltanto una delle chiesa più importanti della Francia), con caratteristiche simili a quelle (che aveva) San Galgano. Anche qui i maestri costruttori conoscevano tutti i rapporti dell'ottava musicale (le 7 note per noi comuni mortali) detta Scala diatonica naturale applicandola alla geometria costruttiva della chiesa.

Osservando la sezione longitudinale dell’Abbazia di San Galgano si vede che anche qui è presente il rettangolo 2 per 7 dipinto della Tomba Egizia di Meryatum.

Quindi i monaci Cistercensi erano a conoscenza dei canoni armonici geometrici dell’antico Egitto? I codici erano pervenuti a loro forse, proprio come sostiene la leggenda, dai documenti che i Templari avevano portato in Europa da Gerusalemme.” 

…ma adesso basta con i tecnicismi, siete mai stati a San Galgano?

Provate l’emozione di notte….entrando verrete naturalmente sospinti verso l’altare maggiore e vi ritroverete….al tempo di Re Artù, “ops”, scusate di San Galgano (o Galvano?), all’epoca meravigliosa di quegli uomini che la sera tornando a casa dicevano alla loro donna:

"Siamo dovuti andare in cerca di avventure

perchè non riuscivamo più a viverle nei nostri cuori" 

 

 

 

 
Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 21 Febbraio 2015 Visite: 2501
Il pane è per me e Luca un elemento insostituibile, un retaggio dei tempi andati quando in campagna sicuramente non mancava mai la farina per fare il pane.
La terapia del pane con noi funziona, se sei stressato ti ridimensioni, se sei teso, dopo il primo giro ti si rilassano le spalle.
Così, la mattina quando cuociamo il pane per la colazione nel nostro forno, il profumo che invade le stanze della locanda, ci aiuta a recuperare il senso del tempo, la lentezza, l’attesa.
Ma la terapia del pane crea dipendenza, effetti collaterali (con noi ben visibili!?!), nuove follie e qualche ricordo: immediatamente mi viene in mente la merenda perfetta.
Ai tempi di nonna Annita l’ora della merenda era il rito della fetta di pane con…..una pratica anacronistica e dimenticata, soppiantata dalle moderne merendine confezionate. 
La domanda era sempre invariabilmente la stessa: che vuoi col pane?
Luca ha sempre mangiato pane il pomeriggio: nel tardo autunno era pane strusciato con l’aglio e un generoso giro d’olio, con le fette leggermente tostate.
L’olio d’oliva gocciola da tutte le parti, anche su disegni e compiti, se proprio lo volete sapere. 

Quando nonna  Annita invece voleva coccolarlo con qualcosa di dolce, solitamente era pane e burro con una spolverata di zucchero o uno strato spesso di miele dorato e appiccicoso. Verso la fine dell’estate arrivava il tempo dei pomodorini maturi, strusciati (o meglio “strofinati”) sul pane con sale, origano e sempre tanto olio. Una merenda fresca e fruttata, specialmente quando i pomodori venivano direttamente dall’orto, ancora caldi di sole estivo.
Queste erano le nostre merende abituali, ma quella preferita da Luca era pane vino e zucchero, il cosiddetto “pane di monsignore”, oppure, udite udite, un bicchiere  di vino zuccherato, nel quale tuffare o meglio “tufare” la solita fetta di pane. Il “vino fa sangue”, dicevano, e un bicchiere di vino si dava, ogni tanto, anche ai ragazzi. 
Quasi impensabile adesso, i genitori sarebbero perseguibili per legge! Pensate che l’Annita usava il vino bianco per disinfettare le ferite o meglio “le sbucciature” sulle ginocchia di Luca. 

merenda perfetta

L’ultima immagine che ho è legata al come il pane veniva tagliato.
Scordatevi taglieri e tavola, si metteva un canovaccio o un tovagliolo sulla spalla, si appoggiava il pane sopra e si tagliavano fette più o meno spesse facendo scorrere il coltello verso il petto.
Dai racconti di Luca riesco a vedere nonna Annita che taglia il pane, una fetta bella grossa, e poi incide la corteccia per fare tante pecorine, poi avvolte nel prosciutto crudo.
Chiamatela merenda, chiamatela antipasto, per noi quello era un dolcissimo gesto d’amore di una nonna che rendeva il pane a misura di bambino.
Queste sono per noi le merende perfette, troppo semplici? si, semplicissime, rapide, sicuramente più salutari rispetto alle merendine commerciali e troppo buone; per noi hanno il profumo di tante cose, anche quello delle coccole infinite che ci regalavano da piccoli....
Per questo abbiamo deciso di riproporne alcune nella nostra colazione.
 
Ma siamo proprio sicuri che siano "merende di un tempo"? secondo noi no...

 

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