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Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 20 Febbraio 2015 Visite: 1158

L’Annita Torricelli, la nonna di Luca, prese il suo nome dall’eroina dei Due Mondi?

Sicuramente fu una donna coraggiosa che non si arrese mai alle mille avversità della vita; vedova giovanissima, gestì la proprietà e i figli con il piglio rivoluzionario della sua omonima illustre e creò “la locanda dei bagnanti”.

Forse i suoi genitori scelsero il diminuitivo spagnolo di Anna, Annita appunto, suggestionati dal soggiorno dell’eroe romantico alla sorgente curativa dell’Antica Querciolaia?

Garibaldi arrivò a Rapolano in treno da Siena il 14 agosto 1867 con la sua famiglia e si stabilì presso il conte Pietro Leopoldo Boninsegni, nella villa chiamata Boninsegna.

Ogni mattina si recava alle terme con una carrozza guidata dal vetturino Giuseppe Pasqui, nonno dell’indimenticato Francesco, per curare la ferita riportata in Aspromonte.

Si trovò molto bene con le cure, tanto da descrivere all’amico Barni: “I bagni di Rapolano mi hanno tolto un resto d’incomodo al piede sinistro e l’effetto ne fu istantaneo”.

La vasca dove l’eroe si immergeva, naturalmente in travertino, è visibile al pubblico e arrivando all’Antica Querciolaia troverete Garibaldi ad aspettarvi fuori, seduto… sognando ancora di libertà e giustizia.

 

 

 

 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 13 Febbraio 2015 Visite: 2779

Ricordo ancora i primi anni '70 quando in estate arrivavano i cugini di mio padre dall'America.... Avevano tutto di là dall'Oceano ma...non avevano la nutella. E così alla partenza le valigie erano piene di barattoli della italianissima crema di nocciole inventata dalla famiglia Ferrero.
Era arrivata nelle case degli Italiani in una mattina di maggio: un bicchiere esagonale con la fetta di pane sull'etichetta e all'interno una crema da spalmare alla nocciola.
nutella - tre sillabe per un nome magico che unisce l'inglese Nut, cioè nocciola, con il suffisso -ella, eco d'infanzia con l'assonanza giocosa a caramella, bella... -
Era il 1964, d'estate si andava al mare con la Fiat Seicento, stracarica di valigie e giocattoli.
Poi in tv con la Ferrero arrivò il Gigante Buono e Jo Condor, lo ricordate?
La ricetta resta comunque un mistero: gli ingredienti sono zucchero, nocciole, cacao magro, latte scremato, siero di latte, lecitina di soia, aromi, olio di palma. Tutte le aziende che hanno puntato su una maggiore qualità, hanno forse convinto qualche isolato gourmet ma non conquistato il pubblico «drogato» dal sapore e dalla consistenza della «n» nera. E allora vuol proprio dire che è l'ingrediente misterioso il quid. Se digitate su Google «segreto della Nutella» avrete 229.000 risultati zeppi di teorie bizzarre: dalla zucca alle larve di mosca. «Ho sentito dire - scrive una ragazza su un blog – che se sapessimo l'ingrediente smetteremmo di mangiarla». Scommettiamo che invece la mangeremmo comunque?
Il suo gusto è unico e dolce come il latte materno, ricorda l'infanzia, e sa di Italia, è "una sorta di madeleine proustiana, spalmabile e collettiva" (R.Cirio) perché la grande spalmata ci ha avvolto tutti con la sua morbida golosità.
E' stata compagna di studi di almeno tre generazioni di studenti italiani e, dopo che Nanni Moretti, nel film "Bianca", la ha anche celebrata come "rimedio esistenziale" contro la depressione e contro la difficoltà del vivere, è diventata, più che una cioccolata, un vero simbolo generazionale, una categoria dello spirito, il Sacro Graal della felicità. Metafora del desiderio, riserva in barattolo di serotonina, antidepressivo senza bisogno di prescrizione, spalmata sul pane ma anche...nei libri.
Una decina di anni fa Riccardo Cassini ha scritto un trattato sulla "n" nera addirittura.... in latino. Ricalcando il "De Bello Gallico" di Giulio Cesare che comincia con la famosa frase Gallia est omnis divisa in partes tres, nella sua fondamentale opera nutella nutellae: "De inutilitate nascondimenti Barattolorum Nutellae Ab illusibus mammibus" scrive:
"Nutella omnia divisa est in partes tres...
Unum: Nutella in vaschetta plasticae.
Duum: Nutella in viteris bicchieribus custodita.
Treum: Nutella sita in magno barattolo (magno barattolo si', sed medium est si magno Nutella in barattolo).
Nutella placet omnibus pueris atque puellis sed, si troppa Nutella fagocitare, cicciones divenire, cutaneis eructionibus sottostare et brufolos peticellosque supra facie tua stratos formare atque, ispo facto, diarream cacalleramque subitaneam venire.
Propterea quod familiares, et mamma in particulare, semper Nutella celat in impensabilis locis in cripta ut eviteant filiis sbafare, come soliti sunt.
Sed domanda spontanea nascet.. si mamma contraria est filiales sbafationes, perche' Nutella comprat et postea celat?
Intelligentiore fuisse non comprane manco per nihil...sed forse mammae etiam Nutella sbafant.. celatio altrui non est vendetta trasversalis materna propterea quod ea stessa victima fuit, sua volta, matris suae.
"Sic heri tua mamma Nutella celavit, sic hodie celis filiis tuis".
Sed populus totus cognoscit ingenium puoerorum si in ballo Nutella est.. vista felinos similante habent ut scruteant in tenebris credentiarum.. manes prensiles aracnidarum modo ut arrampiceant super scaffalos sgabuzzinarum.. olfactum caninum-canibus superior per Nutellam scovare inter in togus vigintinovem mucchios anonimarum marmellatarum fructarum.
Memento semper.. filius, inevitabile, nutella scovat sed non semper magnat.
Infactum, fruxtratione maxima filii si habet quando filius scovat barattolorum sed hoc barattolus novus atque sigillatus est, propterea quod si filius aprit et intaccat barattolum intonsum, sputtanatus fuisse! (Eh!Erat novus...).
Hoc res demonstrat omnibus mammis nascondimentos novorum barattolorum Nutellae fatica sprecata esse.
Non fruxtatione maxima, sed notevolis incavolatio si habet si filius ritrovat barattolorum quasi vacuum, giusto minima cum nutella et alcunam partem manducare non potest quod barattolum vacuum buttatum fuisse ab mamma, non conservatum, inde semper minimum fondum Nutellae rimanendum est.
Hoc res demonstrat omnibus mammis nascondimentos quasi vacuorum barattolorum Nutellae ulteriore fatica sprecata al quadratum esse.
Unica possibilitas felicitatis filii est rinvenire barattolorum medio vacuum et medio plenum, in hoc modo dues o tres cucchiailli Nutellae videantur sbafandi sunt.
Sed, post sbafationem, ad editandum sgamati esse mamorandae sunt smucinatio atque mischiatio Nutellae rimastae ut si fingeat nemo toccavit nemo magnavit.
Etiam, primariae imoportantiae res, cucchiallus lavare asciugareque ne tracciam ullam lasciare.
Hac termia ipotesis unica ragione est pro fatica mammarum, sed ulteriores domandae spontanea nascunt.
Ne valet la penam?Hoc casinus toto per tres cucchiaillos fetientos Nutellae ? Qui penem ve lo fecit fare ?
Et, postea, postea, non vi lamentatis si filii, provati astinentiarum Nutellarum, drogaturi sunt..
Ullae lacrimae coccodrillarum accettatae sun.. non diciate non avvertendi non fuissimus."

Naturalmente per divertirsi con questo brano bisognerebbe sapere un po' di latino, avere letto il "De bello Gallico" ma soprattutto.... avere mangiato almeno una volta pane e Nutella.... e quindi credo che nessuno di voi possa avere problemi perché....

nutella è il nome che molti danno alla felicità spalmabile


Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 30 Ottobre 2014 Visite: 3481

In epoca di globalizzazione, è possibile che noi Italiani oltre a dimenticare la nostra lingua...rischiamo anche di dimenticare le nostre..."magnifiche presenze"! ? ! ?
Proprio così, sembra che la festa di Halloween e "la caccia alle streghe" dobbiamo importarla dagli Stati Uniti rinnegando la nostra storia...ma io ricordo ancora quando da bambina questo era il periodo in cui facevamo la "morte secca" con la zucca e se chiudo gli occhi sento ancora il profumo dei semi di zucca....cotti nel forno con il sale, sopra la carta del pane...
Ma torniamo alla nostra terra e alle veglie accanto al fuoco dove storia, leggenda e mistero si intrecciano con misteriose, suggestive...."magnifiche presenze".
Uscendo nel giardino "Da Annita" vedrai sempre all'orizzonte verso sud la sagoma che azzurreggia della nostra montagna incantata, l'antico vulcano addormentato che gli Etruschi dedicarono alla loro divinità più importante, Tinia; da qui il nome mons Tuniatus-Montuniata.
Il Monte Amiata, respira da sempre di luoghi magici: la Grotta di Merlino, il Sasso della Strega, la sedia del Diavolo ed il Monte Labbro con la sua Chioccia dalle Uova d'Oro.
Evoca e racconta ancora di leggende di Paladini, eretici catari e dolciniani rifugiati in questi luoghi per sfuggire all'Inquisizione. Solo leggende o qualcosa di più?

Cosa si cela ancora sotto questo vulcano ormai spento, ma così ancora acceso di ricordi? Oggi vi racconterò alcune storie popolate da "magnifiche presenze"....

Il sasso di Petorsola o sasso della strega
Petorsola è una creatura fantastica, per metà fata-buona, per metà strega-cattiva. Si racconta che abitasse in un castello arroccato su un picco roccioso dinanzi a Santa Fiora. Da qui si recava in paese per cuocere il pane nel forno pubblico, accompagnata dalla figlia e da uno stuolo di amiche streghe-fate. Sempre puntuale e silenziosa, non era ben vista dalle altre donne del paese, che al contrario erano chiacchierone e arrivavano sempre in ritardo. Per questo, un bel giorno, decisero di farle uno scherzo: presero sua figlia e finsero di volerla cuocere insieme al pane. Petorsola si adirò moltissimo e, strappata la figlia dalle loro mani, si diresse verso il suo castello ripetendo: "Non ho mai visto questa cosa fare, 'na figlia di fata volerla infornare...!" Per non farsi più vedere dagli abitanti del paese che avevano osato sfidare la sua pazienza, trasformò con un incantesimo la sua dimora nel sasso che oggi, dall'alto, veglia minaccioso sul paese di Santa Fiora. Ancora oggi le fate-streghe, trasformate in gatti, nella notte si divertono a intrigare le code e i crini dei cavalli del paese e ogni sabato tornano sul loro sasso per consumare i sabba. Per questo,  fuori dalle stalle troverete ancora esposto, come antidoto contro il loro maleficio, "lo zigulo", un rametto di ginepro con un fiocco rosso.
La grotta di Merlino
Nel territorio di Arcidosso troverete una caverna alquanto strana. Si tratta della grotta dove, secondo la leggenda, avrebbe trovato riparato il mago Merlino. Il famoso Mago non sarebbe rimasto fermo in Scozia, ma avrebbe viaggiato per il mondo per condividere le sue conoscenze e acquisirne altre, e chissà che non sia venuto anche in Toscana. E' un imponente spelonca al di sotto di un castagneto, oggi parzialmente crollata e affogata da arbusti e vegetazione, alla cui apertura c'era una lapide ora rotta e scomparsa, che riportava la scritta: "Questa è l'antica memorabile grotta che edificò Merlino il savio mago, qui il Peri musa naturale indotta spiegò il suo genio portentoso e vago". Gian Domenico Peri era un poeta del posto (1564- 1639). Utilizzando un geo-radar è stato constatato che nel suolo della grotta vi sono alcuni oggetti metallici di cui uno grosso e di forma circolare. Chissà ! ! !
La leggenda della città di Ginevra sul Monte Labbro
Il Monte Labbro è una montagna che si eleva all'estremità sud-occidentale del Monte Amiata, la leggenda narra che un tempo, in questo angolo di Toscana sorgeva una città, Ginevra, che sarebbe stata inghiottita da una frana...talché "qualche volta sotto terra, si ode ancora cantare un gallo, suonare una campana, muoversi una gatta con micini d'oro". Sottoterra si celerebbe anche il nascondiglio della introvabile Antilia, regina della città; gli abitanti salvatisi nei campi e nelle macchie avrebbero poi deciso di non ricostruire il villaggio in quel luogo, ricostruirono le loro case in modo sparso nella campagna, come oggi si presentano nella zona di Santa Caterina di Roccalbegna.
Ma arrivando ai giorni nostri, proprio sulla nostra montagna incantata, alle pendici del Monte Labbro, nei luoghi che hanno dato i natali a Davide Lazzaretti e Mario Luzi, è sorta nel 1981 Merigar, la Comunità Dzogchen. Dzogchen significa "Grande Perfezione" e viene considerato il culmine del Buddhismo. Più che una dottrina religiosa, può essere definito come un sistema di conoscenza interiore: un cammino di conoscenza profonda di se stessi attraverso le diverse esperienze della vita quotidiana. Questa pratica è aperta a tutti e non vi è obbligo alcuno di seguire regole e voti monastici. Merigar, che letteralmente significa Residenza della montagna di fuoco, rappresenta il primo Gar (centro più grande) della Comunità Dzogchen. I Gar al mondo sono in tutto sette: "Merigar West" e "Merigar East" in Europa, "Kunsangar" in Russia, "Tsegyalgar" in Massachussets (USA), "Tashigar Norte" in Argentina, "Tashigar Sur" in Venezuela, "Namgyalgar" in Australia. Tutti insieme formano un grande mandala che collega le varie aree geografiche del mondo.

Merigar si estende su una superficie di circa cinquanta ettari. Negli anni si è proceduto alla ristrutturazione dell'unico edificio abitativo presente, la casa colonica, ribattezzata Serkhang (la casa dorata), nel 1998 Chögyal Namkhai Norbu ha inaugurato il Grande Stupa, un monumento reliquiario che rappresenta l'illuminazione del Buddha e che ha la funzione di promuovere il benessere e la prosperità dei luoghi in cui sorge.

Coincidenze e similitudini o certezze e verità.... chi lo sa!

parliamone prendendo un thé, naturalmente in compagnia di...

                              ...."magnifiche presenze"

 

 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 16 Gennaio 2015 Visite: 2673

Care persone fatene tesoro di questo lenzuolo, che c'è un pò della vita mia; è mio marito....

Una notte, Clelia non trova un pezzo di carta in tutta la casa. Di colpo la memoria le restituisce il volto della maestra elementare. "La mia maestra Angiolina Martina mi aveva spiegato che i Truschi avevano avvolto un morto in un pezzo di stoffa scritto. Ho pensato se l'hanno fatto loro, lo posso fare anch'io." Apre l'armadio e prende un lenzuolo bianco del corredo, di una dote che non serve più. Lo poggia su un cuscino e adagia il cuscino sulle ginocchia. Incolla sulla sinistra la foto del marito, sulla destra la sua e al centro il sacro cuore di Gesù. Di getto, incomincia a scrivere, notte dopo notte, la storia della sua vita, solo verità e "Gnanca na busia". (F. Felicetti)
La storia della sua vita in un lenzuolo del corredo, largo più di due metri. Riga per riga racconta il lavoro nei campi e il grande amore per il suo Anteo: "Le lenzuola non le posso più consumare col marito e allora ho pensato di adoperarle per scrivere"...le righe del lenzuolo numerate una ad una per non perdere il filo leggendo.Scrivere la propria vita su un lenzuolo....quello che ha avvolto i nostri sonni, i sogni, gli amori, le solitudini tormentose.  Scriverla la vita, con una minuzia di segni, estrema pazienza, la stessa del tempo che incide le rughe su un volto. (A. Bevilacqua)
Ed è così che quel lenzuolo a due piazze fitto fitto d'una scrittura rotonda e un po' insicura arriva in Toscana...Clelia Marchi arriva a Pieve Santo Stefano un giorno d'inverno del 1986, col suo lenzuolo sotto il braccio per farne dono al giornalista Saverio Tutino. E' venuta in treno fino ad Arezzo. E' scesa dalla corriera, con l'aria compunta e festosa delle donne già avanti negli anni, che hanno trascorso una vita intiera senza mai uscire dal loro comune di nascita. Un viso bello, incorniciato da una capigliatura canuta e ben pettinata, le trecce attorcigliate, gli occhi sfavillanti... l'età indefinita di una capofamiglia contadina vestita bene per una cerimonia.
E da allora il suo libro-lenzuolo è forse il pezzo più esplicativo e simbolico dello spirito del paese dei diari. Proprio così: c'è un posto, in Toscana, dove sono custodite le storie degli italiani: è l'Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano ideato e fondato nel 1984 da Saverio Tutino. Oggi i manoscritti depositati sono oltre seimila e il loro numero cresce di anno in anno. L'Archivio è un luogo unico, nato per raccogliere e conservare i diari, le memorie e gli epistolari della gente comune.
Affresco straordinario di tante esistenze, dolori, guerra, lavoro, gioie e sofferenze, nascite e morti e lavoro duro e padroni avari, e amore e frutta e altra materia...i diari dei non eroi, sommessi e privi di clamore, costituiscono l'essenza più autentica della nostra memoria comune.
Ed è proprio qui che potrete incontrare, stanza dopo stanza, gli abitanti di questo edificio "magico"....basterà avvicinarsi ad uno dei venti cassetti incastonati nella parete di legno artigianale, estrarlo e..... contemplarne il contenuto mentre voci narranti racconteranno una folla di esistenze comuni ma anche eccezionali... sul bisbiglìo di sottofondo si staglieranno le parole dei protagonisti: sentirete quel "fruscìo degli altri" che Saverio Tutino, udiva levarsi dagli scaffali che andavano riempiendosi di diari, con il passare degli anni e con l'incrementarsi del patrimonio autobiografico della fondazione.
"Io mi guardo intorno e vedo stanze e corridoi riempiti da chili e chili di ricordi, raccolti in milioni di pagine, assemblate in migliaia di diari, lettere e memorie, un festival del ricordo insomma, un inno perenne alla memoria. Sono il tentativo tenace di opporre resistenza alla dimenticanza, in una battaglia impari tra poche migliaia di sopravvissuti contro milioni di esistenze di cui non sapremo mai nulla. Ciò che colpisce in quei gesti titanici - le centinaia di righe incise su un lenzuolo matrimoniale dalla vedova Clelia o la guerra ingaggiata con la macchina da scrivere da un vecchio semianalfabeta - è l'urgenza. Perché un diario è l'espressione intima e irrefrenabile dell'autore e, quasi sempre, nasce per sé e non per altri. Quel bisogno valica ogni impedimento, che sia esso la mancanza di carta su cui scrivere (ecco perché Clelia usa il lenzuolo) o l'analfabetismo da sconfiggere a colpi di tastiera. Comune a tutti gli autori dei diari....la paura di smemorarsi. Degli altri. E di sé" (M. Perrotta)
Credo che la memoria sia importante per tutti, giovani e non, perché avere memoria significa possedere strumenti per leggere il presente. Non solo, come scrive Ascanio Celestini: se il mio mestiere è il falegname e d'improvviso dimentico come si usano gli strumenti che ho davanti, potrò ideare i mobili più eleganti e originali del mondo, ma non saprò mai come realizzarli. Ecco, la memoria è anche questo: strumenti per immaginare un futuro.

Nelle righe 128 e 129 del lenzuolo Clelia dice così:

" Leggetelo pure quello che c è scritto su questo: anche se è scritto male; l'ò scritto di notte come o detto; non dormo: e non che mi viene in mente tante cose della mia, ò nostra vita le scrivo; certo che per tante che ne scrivi ne rimane in dietro: ma cosa serva a scrivere se nessuno li guarda, ò li legge..."

Lo sguardo viene prima della lettura. Per Clelia, di sicuro. Le parole sono materia ricamata su una trama bianca. Come una città è un disegno inciso lungo le linee verdi dell'Appennino. Sembra di arrivare così al punto luminoso in cui comincia la scrittura.
Così, nasce in me il bisogno profondo, la voglia di non smemorarmi...ricordarsi di qualcuno o di qualcosa è un lusso che mi concedo quotidianamente e voi?

 Perchè come scrive Clelia sul retro del lenzuolo, nell'angolo in basso:

"ho scritto il tuo nome sulla neve il vento là cancellato. Ò scritto il tuo nome sul mio cuore lì si è fermato"

 

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 13 Ottobre 2014 Visite: 1998

Proprio così, come le opere del Maestro di Cabestany, collegano Sant’Antimo alla Catalogna e alla Navarra, c’è un’altra antica tradizione nel Monte Amiata (anche se ormai in disuso) che ritroviamo ….nella Valle di Baztán in Navarra: appeso fuori dalla porta troverete ovunque (nei Paesi Baschi) il fiore di Carlina Acaulis (Erba di Carlo Magno) che in Spagna si chiama Eguzkilore.

Me gustó tanto la leyenda que mi hermana leo Lou me contó sobre el EGUZKILORE....Hace miles y miles de años….

Migliaia e migliaia di anni fa, quando gli uomini cominciarono a popolare la terra, non c'era ne' il sole ne' la luna e gli uomini vivevano in un buio costante, terrorizzati da mostruose creatura che venivano dalle viscere della terra in forma di tori di fuoco, enormi draghi e cavalli volanti ... Gli uomini, disperati, decisero di chiedere aiuto alla Madre Terra, Amaiur  che per aiutarli donò loro la figlia Ilargi....e così la Terra creò la Luna. In un primo momento, gli uomini erano terrorizzati e rimasero nelle loro caverne, non osando uscire, ma a poco a poco si abituarono. Come gli uomini, anche i demoni e le streghe avevano paura di vedere quell'oggetto luminoso nel cielo ma ben presto si abituarono e ricominciarono a salire dalle loro tane e a molestare di nuovo gli uomini. È così gli uomini tornarono di nuovo dalla Terra: "Amaiur ti siamo molto grati per averci regalato tua figlia Luna ma abbiamo bisogno di qualcosa di più potente, affinchè i demoni smettano  di perseguitarci. -Va bene, creerò un essere ancora più luminoso....e così la Terra creò il Sole e regalò agli uomini il figlio Eguzki. Il Sole ci sarà il giorno e la Luna di notte."

Eguzki era così grande, luminoso e caldo che gli uomini dovettero abituarsi gradualmente. La loro gioia era molto grande perché, grazie al calore e alla luce del sole, crescevano piante dai vivaci colori e alberi da frutto. E, ancora più importante, i demoni e le streghe non potendo abituarsi alla grande luminosità del giorno riuscirono a salire in supeficie solo di notte. Ma ancora una volta gli uomini tornarono dalla Madre Terra: "Amaiur ti siamo molto grati per averci regalato i tuoi figli Ilargi e Eguzki, ma se non abbiamo problemi durante il giorno, di notte i demoni escono dalle loro tane e continuano a molestarci." Ancora una volta, la Terra disse: "Bene. Vi aiuterò ancora. Creerò per voi un fiore così bello che le creature notturne vedendolo crederanno che sia il sole stesso." E la Terra creò il Eguzkilore (il fiore del sole) che ogni giorno difenderà le nostre case dagli spiriti maligni, dalle streghe, dalle Lamie, dalle malattia, dalle tempeste e dai fulmini. 

Da allora si continua a raccogliere il “fiore del sole” in montagna e, una volta essiccato, a lasciarlo appeso alla porta di casa per proteggersi dagli spiriti maligni, soprattutto dalle Lamie.

Secondo il mito originale, Lamia era la bellissima regina della Libia, figlia di Belo; Zeus se ne innamorò perdutamente provocando la rabbia di Era, che si vendicò uccidendo i figli che suo marito ebbe dall’amante.

Lamia, lacerata dal dolore, iniziò a sfogarsi divorando i bambini delle altre madri, dei quali succhiava il sangue. La leggenda narra così che, durante la notte, le Lamie si avvicinino ai villaggi per rapire i bambini. Per poter accedere alla casa, però, le Lamie devono contare il numero di petali dell’Eguzkilore posto sulla porta di ingresso.

Questi demoni non conoscono i numeri, e sbagliano ancora e ancora a contare i petali, e così devono ricominciare da capo. E questo succede più e più volte fino all'alba. Con i primi raggi di sole, le Lamie si ritirano fuggendo nelle loro caverne, e continuano a provare a entrare, notte dopo notte, senza successo. Così quando nasce un bambino la tradizione basca vuole che un fiore di Eguzkilore sia collocato sulla porta d'ingresso per impedire alle Lamie di rapirlo.

Per questo Eguzkilore (la Flor del Sol) viene anche chiamato “el guardian invisible”….

 

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