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Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 14 Aprile 2016 Visite: 1547

Mi guarda Siena, mi guarda sempre, dalla sua lontana altura

mi lancia incontro la corsa delle sue colline.... M. Luzi

Come tutti sanno, Siena è in collina su tre "poggi", come Gerusalemme nei versi del Tasso, lontana dal mare, senza fiumi, senza laghi, Siena è in mezzo a un continente fra onde solide di terra, come i cavalloni del mare....ecco le Crete, una terra morbida alle apparenze, quasi vellutata, ma screpolata, spaccata, ruvida nella realtà.
Ricoperte da uno strato sottile di sabbie gialle che si depositarono durante una fase intermedia del sollevamento di questi territori dal mare, mettono di marzo una peluria verde ....Barba di becco, serpentina, avena selvatica, ginestrino, trifoglio giallo delle sabbie, finocchiella, radicchio selvatico, santoreggia, timo, ginepro, artemisia, elicriso, salvia, rosmarino, varie specie di rosacee....Sono state contate più di 30 tipi di flora pratense spontanea nelle Crete Senesi, piante, arbusti ed erbe particolari che rendono unico con i loro aromi, il latte delle pecore che se ne cibano e riempiono di sapide sfumature....il nostro Pecorino, il cacio delle Crete Senesi.
Proprio così, il nome "cacio" che noi Toscani continuiamo ad usare, è la più significativa testimonianza dell'antica presenza del formaggio sulle nostre tavole; infatti deriva dal latino "caseus", successivamente sostituito quasi in tutta Italia dal termine "formaticum" che deriva invece dal greco "formos", cioè il canestro di vimini destinato appositamente alla produzione del formaggio.
Nella sua versione storica il Cacio Pecorino delle Crete Senesi veniva prodotto soprattutto in primavera (da cui il nome "marzolino"), quando i pascoli sono ricchi di germogli teneri e molto profumati di cui le pecore sono ghiotte, con latte, rigorosamente crudo. Qualche anziano contadino ricorda ancora la raccolta dei fiori della "presura", gli stami del carciofo selvatico (Cynara cardunculus o cardo); i grandi fiori viola ricchi di enzimi accaglianti venivano conservati gelosamente a volte anche coltivati negli orti di casa e, macerati con aceto e sale, aggiunti al latte per garantire la produzione del formaggio per tutto l'anno a venire.
Ma facciamoci guidare da Ignazio Malenotti che nel suo "Manuale del pecoraio" del 1832 scrive:
"Prima di tutto avvertiamo, che noi abbiamo due qualità principali di cacio, quello cioè così detto forte e che pizzica , e l'altro dolce. Si ottiene il primo coagulandolo, o accagliando...il latte col mezzo del caglio, e il secondo col fiore di carciofo selvatico detto presame, e conosciuto dalla più parte dei nostri contadini col vocabolo di presura; pianta originaria della Toscana, che nasce spontanea e in gran copia...Non è di recente dato l'uso di questo vegetabile, giacchè per averne caci pastosi, delicati e della miglior qualità, vien raccomandato da Columella, da Palladio, da Eliano, e perfino da Berizio.....

                          Chi vuole buono il caciolino, mandi le pecore nel sermollino (il timo)...."

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 26 Marzo 2016 Visite: 2549

La più bella leggenda sull'uovo...trovate il tempo di leggerla...

antico mappamondo"Nella notte dei tempi esisteva un uovo di incredibile grandezza. L’oscurità e il caos riempirono l’uovo e dal caos P’an Ku fu creato.
Nutrito dall’oscurità, lentamente crebbe e si sviluppò e per diciottomila anni fu inconsapevole di qualsiasi vita al di là dell’uovo.
Un giorno P’an Ku fu svegliato da un improvviso e penetrante movimento, ma attraverso l’oscurità non era in grado di vedere nulla.
Dapprima si spaventò, ma nel sentirsi intrappolato la sua paura si tramutò in collera. Sferrò un violento pugno sul nero e potente guscio dell’uovo e lo distrusse.
L’oscurità si riversò fuori dall’uovo e così fece la luce che era stata nascosta per migliaia di anni. Tutto ciò che era chiaro e lucente si alzo in cielo, mentre ciò che era torpido e pesante cadde a terra.
PankuPer lungo tempo il cielo e la terra rimasero divisi.
Ma P’an Ku temeva che la luminosità dall’alto sarebbe caduta nell’oscurità in basso e così tenne il cielo in alto con la sua mano e la terra ferma in basso col suo piede. Gli anni passarono, il cielo e la terra si allontanavano sempre di più, ma P’an Ku non si riposava.
Passarono altri diciottomila anni; il cielo e la terra erano così lontani che potevano a malapena distinguersi.

pangu1Ma P’an Ku non era intenzionato a lasciarli andare, temendo che il disordine tornasse nuovamente.
Passarono altri diecimila anni e alla fine P’an Ku si sentì sicuro che il mondo era salvo. Lasciò così andare il cielo e la terra, ma non appena chinò il capo, crollò dalla spossatezza e iniziò a morire.
Emise un ultimo respiro che si tramutò in vento e nuvole, la sua voce profonda si levò come un tuono, il suo occhio sinistro volò in cielo per trasformarsi in sole e il suo occhio destro lo seguì per tramutarsi in luna.
Il corpo senza vita di P’an Ku cadde a terra; le sue membra e il suo tronco si trasformarono in pianure, colline e montagne e il suo sangue scorse nei fiumi e nei laghi.
I suoi muscoli diventarono il terriccio e i suoi tendini diventarono sentieri e strade.
I suoi folti capelli neri e la sua lunga barba si levarono per trasformarsi in stelle; la sua bella peluria e la sua pelle affondarono nella terra e misero radici per l’erba, gli alberi e i fiori. Le sue ossa, i suoi denti e il suo midollo si trasformarono in scintillanti rubini, giada e minerali.
P’an Ku aveva offerto se stesso al mondo e così facendo diede luce a tutta la vita..."

uovo cosmico

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 15 Marzo 2016 Visite: 986

Ecco l’antica e segretissima ricetta di Francesco Redi, accademico della Crusca e archiatra speziale presso la Corte di Cosimo dei Medici; gelosamente custodita nella cassaforte della Fonderia di Palazzo Pitti... dopo 3 secoli di oblio, è tornata a solleticare i nostri sensi, grazie allo spirito d’iniziativa di due imprenditori siciliani, Franco Ruta, dell’Antica Dolceria Bonajuto di Modica, e Filippo Figuera, dei Vivai Malvarosa di Giarre in provincia di Catania che hanno dato nuovamente vita al “Cioccolato al gelsomino del Granduca di Toscana”...

"Prendi cacao abbronzato e ripulito, e stritolato grossamente libbre 10. Gelsomini freschi sufficienti da mescolare con detto cacao, facendo strato sopra strato in una scatola, o altro arnese, e si lasciano stare 24 ore e poi si levano e se ne torna a mettere altrettanti in esso cacao, facendo strato sopra strato come prima e così ogni 24 ore si mettono gelsomini freschi per dieci o dodici volte. Poi piglia zucchero bianco buono asciutto libbre 8. Vainiglia perfetta once III, cannella perfetta once VI. Ambra grigia scrupoli II (1 scrupolo equivale ad 1 grammo) e secondo l'arte si fa la cioccolata; avvertendo, nel fabbricarla, che la pietra sia poco calda; ma che l'artefice la lavori e che non passi quattro o cinque libbre per massa; perchè se scaldasse troppo la pietra, perderebbe la cioccolata il suo odore".

gels cioccLa ricetta è assai complessa e richiede tempo, pazienza e, soprattutto, un enorme quantitativo di fiori di gelsomino: ben 250 al giorno per dieci giorni mischiati a un chilogrammo di fave di cacao. Fiori in boccio, raccolti al crepuscolo, prima che si aprano e sprigionino quel loro intenso e delicato profumo da cedere, nello spazio di 24 ore, al cacao. I fiori durano un solo giorno e la sera si ricomincia con un nuovo raccolto di boccioli di gelsomino. Quindi, la sapiente lavorazione a freddo, su pietra: nel caso del cioccolato di Modica, il metate, la pietra ricurva su cui ancora oggi - come facevano gli antichi Aztechi - vengono macinati i semi di cacao che hanno dormito dieci giorni in un letto di...gelsomini.

Proprio così….si incontrano, si sfiorano, quasi si accarezzano per dieci lunghi giorni durante i quali l'uno cede all'altra tutta la sua delicata e inebriante essenza.

Ma non si uniscono mai, non si fondono insieme, il loro è un "matrimonio in bianco"

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 16 Marzo 2016 Visite: 4009

bouquet gelominoLo Yzmin (è il nome originario arabo che vuol dire fiore bianco) fu una pianta molto apprezzata fin dall’antichità, ne sono stati rinvenuti piccolissimi frammenti sulla mummia di un faraone, nella necropoli di Deir-el-Bahri in Egitto e... ancora oggi, nei paesi arabi, è diffusa la credenza che il paradiso sia profumato di gelsomino.

Nel vecchio continente, Cosimo III de’ Medici fu il primo ad averne alcuni esemplari nel suo giardino. 

Il Granduca era un geloso amante del candido fiore e ne proibì la coltivazione fuori dai suoi giardini; fu fatto divieto a tutti i suoi giardinieri di portar via persino i ramoscelli recisi. Tale ordine fu eseguito per molti anni, fin quando un giovane servitore volle regalarne un rametto profumato alla sua fidanzata, nel giorno del suo onomastico. La storia vuole che dal quel rametto di gelsomino, trafugato dalla residenza dei Medici, siano nate quasi tutte le piante di gelsomino presenti in Italia. 

Ritornando al candido fiore, la passione del Granduca non si limitò al divieto di coltivazione...ma ispirò addirittura la preparazione del...cioccolato al gelsomino.

Dettagli Scritto da Super User Categoria: Curiosità Pubblicato: 14 Marzo 2016 Visite: 891

A proposito di matrimoni e di Jasmin …nei tempi antichi in Sicilia le ragazze, nelle serate estive, raccoglievano i fiori di gelsomino ancora in boccio e li infilavano uno ad uno nell’infiorescenza essiccata della carota selvatica.

Quasi un gioco tramandato di generazione in generazione, da nonna a nipote, la creazione della sponsa, o sponza (così si chiama questo piccolo bouquet che potrete trovare ancora nei suk tunisini con il nome di “machmoum”, a testimonianza della chiara origine araba di questa tradizione siciliana)  richiede tempo, maestria e fantasia.

Ed ecco che all’imbrunire questo piccolo mazzo di fiori chiusi, come per magia…si aprirà in un nuovo fiore, fiore profumatissimo, fioritura di una sola sera…

Proprio così l’intenso e delicato profumo di gelsomino svanirà con le prime luci dell’alba e allora….

perchè non provare a racchiudere il profumo del paradiso nel cibo degli dei ? ? ?

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